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15 dicembre 2014 1 15 /12 /dicembre /2014 22:57
Razze Aliene: di Pablo Ayo

~~Estratto del libro "Razze Aliene" di Pablo Ayo Una volta mio padre, parlando a proposito delle barzellette, mi disse che ne esistevano di due tipi: quelle che non si possono raccontare perché danno scandalo e quelle che non vale la pena di raccontare perché troppo noiose. Stranamente il paragone calza anche per quanto riguarda i racconti e le testimonianze su UFO e alieni. Nel variopinto campo dell'ufologia e della ricerca di frontiera, difatti, esistono dei casi e molti dati piuttosto noiosi, ma che secondo alcuni ricercatori sarebbero "i più seri" e credibili, mentre i testimoni che raccontano storie straordinarie e apparentemente fantastiche o fuori dal mondo, non vengono presi in considerazione neppure degli ufologi, almeno dalla maggior parte. Perché i testimoni, ovviamente, non sono ritenuti scientificamente attendibili, perché le strane creature che vedono nei loro incontri ravvicinati non sono misurabili, pesabili, o analizzabili, o perché gli incredibili eventi che raccontano sfidano le leggi della fisica, non rientrano nel sistema metrico decimale e neppure sono valutabili dalle attuali conoscenze scientifiche. Insomma, il fenomeno nel suo evolversi sembra sfuggire alla logica di chi, negli anni '50 e '60, ha gettato le basi dell'ufologia.

Lo stesso termine in verità ha poco a che vedere col problema. Nel mirino del ricercatore, ormai, non ci sono più solamente le astronavi metalliche che volano nel cielo, dischi volanti di cui bisogna stabilire velocità, direzione, tipo di moto e possibilmente distanza dall'osservatore. Qui ormai si parla incontri ravvicinati con gli alieni, di persone rapite ("addotte" in gergo tecnico), di analisi chirurgiche, di programmi di addestramento, di rivelazioni scientifiche e spirituali. L'odierno ricercatore, per quanto giustamente vagli i casi alla luce della logica e della credibilità scientifica, deve affrontare nuovi campi di ricerca, nei quali si parla di sogni che diventano porte per altre dimensioni, di percezioni alterate, di telepatia e di visione a distanza quali strumenti usati dai visitatori come mezzi di comunicazione. Gli ufologi di vecchio stampo, assieme agli scettici e agli scienziati "accademici", storceranno di sicuro il naso quando si parla di queste cose. Eppure alcuni scienziati, come il neurologo Michael Persinger, hanno scoperto che si possono trasmettere dati e visioni al cervello tramite impulsi elettromagnetici indotti dall'esterno. Anche la DAR-PA, che è la principale agenzia di ricerca sulle nuove tecnologie del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, di recente ha ricevuto quattro milioni di dollari per creare un sistema di comunicazione telepatica computerizzata tra i soldati americani. E' tanto assurdo allora ipotizzare che gli alieni usino la telepatia e le visioni a distanza per comunicare?

Alcune nuove teorie ipotizzano addirittura che certi tipi di alieni provengano da una dimensione parallela, a cui la nostra mente potrebbe accedere quando si trova in sonno profondo. Chi afferma di aver avuto questo tipo di contatti è solo un folle, o per comprendere questo fenomeno forse siamo noi che dovremmo allargare i nostri limitati orizzonti? Il fenomeno non è semplice, perché mette in dubbio il nostro stesso concetto di realtà: la materia che studiamo - quella degli incontri con gli alieni - sembra composta di una sostanza impalpabile e immediatamente evanescente, come il vapore, piuttosto che essere qualcosa di solido come la roccia. Quando un politico, un militare, un poliziotto o uno scienziato affermano di aver visto UFO e alieni, perdono di colpo tutti i loro privilegi sociali, la loro credibilità scompare. Vengono rapidamente disconosciuti ed espulsi dagli organi di categoria a cui appartenevano, per venire poi misteriosamente inglobati da quel mondo parallelo al nostro, nel quale immaginiamo abitare folletti e gnomi, che compone il tessuto stesso dell'ignoto. Così lo psicologo John Mack perse la sua cattedra ad Harvard quando iniziò a studiare il fenomeno UFO, lo scrittore Withley Strie-ber dopo tanti bestseller ebbe difficoltà a vendere un libro sui contatti alieni, mentre l'esperto NASA Clark McClelland si rovinò la carriera parlando di realtà extraterrestri. Bisogna dunque accostarsi a questo campo di ricerca con rispetto e cautela, con mente ed occhi aperti. Come Frodo e Sam, che strisciando furtivamente tra le piante del bosco della Terra di Mezzo, riescono a vedere passare gli elfi di Granburrone che si dirigono alla loro meta, avvolti da un irreale bagliore angelico, così il ricercatore di frontiera deve ascoltare ogni testimonianza, prestare attenzione ad ogni indizio o voce, per quanto apparentemente folle o incredibile.

Se dovessimo stare alle regole dettate degli ufologi di vecchia scuola, o peggio dagli scettici, allora la ricerca sulle abductions e sui contatti alieni si bloccherebbe e torneremmo a parlare del caso di Barney e Betty Hill, unico caso di abduction ritenuto "parzialmente credibile" dai cosiddetti esperti del settore. Ma il caso è datato 1961, e nel frattempo sono successe molte cose interessanti. Inoltre, va considerato che gli addotti e i rapiti hanno avuto una esperienza di contatto con gli alieni. Gli ufologi e gli scettici no (tranne rare eccezioni). Personalmente ritengo che le esperienze di contatto siano utilissime per poter fornire una corretta interpretazione di alcuni strani fattori che si ripetono nei casi di interazione tra umani e alieni. La mancanza di esperienze di prima mano porta spesso gli ufologi a dare spiegazioni assurde e a formulare teoremi inconcludenti sulle vere caratteristiche e intenzioni degli extramondo. Senza una adeguata preparazione sugli usi e costumi di civiltà diverse dalla nostra, compiremo sicuramente degli errori di giudizio, che saranno tante gravi e carichi di conseguenze quando i visitatori vivranno accanto a noi nelle nostre città e frequenteranno apertamente il nostro pianeta.

Succederà.

E pensare abbiamo ancora seri problemi di convivenza tra noi umani. Quando vogliamo analizzare, studiare e cercare di capire altre razze, dobbiamo come prima prendere i nostri preconcetti e gettarli via. La verità è là fuori, come diceva Mulder, e sta a noi uscire fuori da schemi e recinti chiusi per andare a cercarla dove nessuno è mai giunto prima

http://www.macrolibrarsi.it/speciali/estratto-del-libro-razze-aliene-di-pablo-ayo.php

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20 ottobre 2014 1 20 /10 /ottobre /2014 22:34

~~Vogliamo dedicare oggi una pagina del nostro journal al cuore e all'amore. Vogliamo far riflettere le persone che leggeranno questa storia e aprire una nuova porta della loro sensibilità. Vogliamo farlo con una famosa storia, la storia di Shay: Ad una cena di beneficenza per una scuola che cura bambini con problemi di apprendimento, il padre di uno degli studenti fece un discorso che non sarebbe mai più stato dimenticato da nessuno dei presenti. Dopo aver lodato la scuola ed il suo eccellente staff, egli pose una domanda: 'Quando non viene raggiunta da interferenze esterne, la natura fa il suo lavoro con perfezione. Purtroppo mio figlio Shay non può imparare le cose nel modo in cui lo fanno gli altri bambini. Non può comprendere profondamente le cose come gli altri. Dov'è il naturale ordine delle cose quando si tratta di mio figlio?' Il pubblico alla domanda si fece silenzioso. Il padre continuò: 'Penso che quando viene al mondo un bambino come Shay, handicappato fisicamente e mentalmente, si presenta la grande opportunità di realizzare la natura umana e avviene nel modo in cui le altre persone trattano quel bambino.' A quel punto cominciò a narrare una storia: Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un parco dove Shay sapeva che c'erano bambini che giocavano a baseball. Shay chiese: 'Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?' Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto in squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che se gli fosse stato permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la speranza di poter essere accettato dagli altri a discapito del suo handicap, cosa di cui Shay aveva immensamente bisogno. Il padre si Shay si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e chiese (non aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare. Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e disse: 'Stiamo perdendo di sei punti e il gioco è all'ottavo inning. Penso che possa entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono'. Shay entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si mise su la maglia del team. Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con un senso di calore nel petto. I ragazzi videro la gioia del padre all'idea che il figlio fosse accettato dagli altri. Alla fine dell'ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era sempre indietro di tre punti. All'inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo. Anche se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era in estasi solo all'idea di giocare in un campo da baseball e con un enorme sorriso che andava da orecchio ad orecchio salutava suo padre sugli spalti. Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora, con due out e le basi cariche si poteva anche pensare di vincere e Shay era incaricato di essere il prossimo alla battuta. A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay anche se significava perdere la partita? Incredibilmente lo lasciarono battere. Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non sapeva nemmeno tenere in mano la mazza, tantomeno colpire una palla. In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che la squadra stava rinunciando alla vittoria in cambio di quel magico momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così piano e mirando perché Shay potesse prenderla con la mazza. Il primo tirò arrivò a destinazione e Shay dondolò goffamente mancando la palla. Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente la palla a Shay. Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò e questa volta colpì la palla che ritornò lentamente verso il tiratore. Ma il gioco non era ancora finito. A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla: avrebbe potuto darla all' uomo in prima base e Shay sarebbe stato eliminato e la partita sarebbe finita. Invece...Il tiratore lanciò la palla di molto oltre l'uomo in prima base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla. Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre incominciarono a gridare: 'Shay corri in prima base! Corri in prima base!' Mai Shay in tutta la sua vita aveva corso così lontano, ma lo fece e così raggiunse la prima base. Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall'emozione. A quell punto tutti urlarono:' Corri fino alla seconda base!' Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato. Nel momento in cui Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva ormai recuperato la palla.. Il ragazzo più piccolo di età che aveva ripreso la palla quindi sapeva di poter vincere e diventare l'eroe della partita, avrebbe potuto tirare la palla all'uomo in seconda base ma fece come il tiratore prima di lui, la lanciò intenzionalmente molto oltre l'uomo in terza base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla. Tutti urlavano: 'Bravo Shay, vai così! Ora corri!' Shay raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta. Nel momento in cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di gioia. A quel punto tutti gridarono:' Corri in prima, torna in base!!!!' E così fece: da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in aria e ne fecero l'eroe della partita. 'Quel giorno' disse il padre piangendo 'i ragazzi di entrambe le squadre hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di vero amore ed umanità'. Shay non è vissuto fino all'estate successiva. E' morto l'inverno dopo ma non si è mai più dimenticato di essere l'eroe della partita e di aver reso orgoglioso e felice suo padre.. non dimenticò mai l'abbraccio di sua madre quando tornato a casa le raccontò di aver giocato e vinto. 27/04/2010 - Mauro Sebastianelli (Majuro)

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11 aprile 2014 5 11 /04 /aprile /2014 21:41


Il processo di Ricordo di Se si sviluppa grazie alla memoria prospettica, la memoria sensoriale e la percezione (sensi fisici, propriocezione).
Purtroppo -o per fortuna- si arriva a un dato limite in cui i normali esercizi di recall per fare l'esercizio non bastano più, e si ha quindi la necessità di sviluppare nuovi modi per stimolare il recall, potenziare le percezioni sensoriali e dare un boost alla cura percettiva dei dettagli.
Tutto questo si svolge in maniera attiva e deve essere favorito dalla soggettività dell'esperienza percettiva, che tocca da vicino la variabilità dell'acquisizione di dati sensoriali a seconda delle capacità di un dato individuo.
Io ci sto ragionando su, per quanto riguarda me stesso.

-Scrivere le esperienze notturne appena sveglio. Per farlo, è bene avere vicino un quaderno (o notes o quel che è) e svegliarsi dieci o quindici minuti prima di cominciare la giornata e le routine. Le azioni quotidiane tendono a far scadere la memoria temporanea delle esperienze (per fattori anche energetici), e quindi tale esercizio è adatto -e consigliato- soprattutto a coloro che hanno orari mattinieri e poco tempo per se stessi. E' sempre utile trovare il tempo per se stessi; anzi: riconoscere che qualsiasi frammento temporale ci appartiene e riguarda da vicino.

-Il ricordo di se normale deve essere continuamente svolto senza desistere. E' un lavoro continuo, che richiede totale attenzione al momento presente.
Quindi si interrompe il dialogo interiore e si contempla la situazione in cui ci si trova. Qualsiasi essa sia.
Non è importante il posto, come o quanto, l'importante è Esserci completamente.

-Interrompere il giudizio e guardare le cose senza etichette, lasciandole essere semplicemente quello che sono.

-Incentrare la propria attenzione su un dato elemento percettivo fino ad averne la piena consapevolezza. Esempio: passa una macchina; il dato sonoro deve essere assorbito completamente. L'esercizio si può fare in continuazione, per via dei dati tattili (i vestiti, il passo).

-Rendersi conto della quantità (e del colore) di luce presente nell'ambiente in cui ci si trova. Il fattore luminosità è molto importante, perché fra tutti è quello che maggiormente instilla il dubbio sulla realtà (se e quando si è capaci di farlo).
Questo perché si riallaccia alla memoria temporale ("Che ho fatto mezz'ora fa? Come sono arrivato qui, e perché?").

-Di tanto in tanto, ricordati di scrivere con la mano sinistra anziché con la destra (o il contrario se sei mancino). Sviluppare entrambi gli emisferi del cervello e farli funzionare all'unisono aiuta qualsiasi tipo di lavoro e facoltà, oltre che sviluppare una certa intelligenza.

-Quando è possibile farlo, chiudi gli occhi e ricrea l'ambiente in cui ti trovi. Quando puoi, se puoi. Certo: in fila al supermercato potrebbe essere sconveniente e poco consono ma, in fondo... che importa? 
Sviluppare la memoria e favorire la capacità visiva della mente aiuta la crescita di infinite potenzialità interiori (: migliora la lucidità delle esperienze notturne, il ricordo, la creatività e molto altro). Utile anche, e soprattutto, a quei soggetti che hanno deciso di etichettarsi come cinestetici o auditivi, o che fanno semplicemente fatica a visualizzare bene le cose.



E' importante, in egual misura, arricchire e specializzare il distacco mentale ed emotivo che scaturisce dall'osservazione dei processi meccanici interiori. Per taluni potrebbe risultare la parte più complessa su cui operare; tuttavia si tratta di una semplice componente che deve essere, al pari di quelle fisiche, sviluppata e potenziata.

La disidentificazione è la conseguenza del distacco dalla propria meccanicità: l'alienazione dai propri processi di pensiero, dalle strutture automatiche che si auto innescano a un dato tasto premuto -simbolicamente parlando- è il perno chiave per stabilire l'idea di se, che può cominciare a modellarsi solo quando si ha piena coscienza del proprio strumento (mente) e rende accessibile la ricerca del vero se.
Se non sei la mente, o le tue emozioni, o il tuo modo di ragionare, o le tue idee, allora cosa sei?

-Metti in dubbio l'originalità del tuo pensiero e osservalo. Studia i tuoi processi emotivi interiori per comprendere da dove essi originano e a cosa portano, se appartengono alla tua vera interiorità o sono frutto incontrollato di reazioni al passato traumatico -di entità grave o lieve che sia-. Passa al setaccio ogni emozione e pensiero, spinta interiore o dialogo. Se trovi superficialità in essi, intolleranza, giudizio o negatività, allontanati e abbi cura di capire da dove è nato quel processo.
Tu non sei quello.

-Abbi cura di studiare il tuo modo di rapportarti con le persone. E' di importanza fondamentale osservare la propria postura (e correggerla quando necessario), la modulazione del timbro vocale, il metodo personale di dialogo con l'altra persona, quello che invii e quello che comprendi quando l'altro parla, anche col corpo -vale a dire a livello non verbale-.
Sei sicuro di comprendere quello che sta cercando di dirti il tuo interlocutore? O aspetti soltanto il tuo turno per parlare ed esporre il tuo -unico e di importanza vitale, per la mente- punto di vista?

-Interrompi il flusso temporale della tua mente. Suona un po' come la cavalcata delle valchirie improvvisata da Philip K. Dick, lo so. Ed è improbabile. Eppure è semplice e porta a dei risultati sorprendenti.
Si tratta di sospendere quel dialogo interiore -composto da elementi verbali e visivi- che assume il controllo per la maggior parte della giornata.
Semplicemente tagli fuori il passato ed il futuro dall'immaginazione meccanica, traumatica e negativa di cui la mente si nutre costantemente. Si esclude il fattore temporale e il giudizio: in breve, la mente perde i suoi assi fondamentali e collassa su se stessa per lasciar spazio a un vacuo nulla, a un vuoto che è in realtà un banco di lavoro creativo sul quale sviluppare e sperimentare idee, concentrazione e attenzione.


Altre buone abitudini non meccaniche sono quelle di sviluppare al meglio la vista periferica, focalizzando la propria attenzione oltre i bordi del proprio campo visivo evidente.
E' consigliabile prendere appunti durante questo percorso di auto potenziamento sensoriale e mnestico, specificando le eventuali modifiche del proprio comportamento, gli accorgimenti sulle proprie abitudini e meccanicità, i miglioramenti e via dicendo.
Individua ogni aspetto esaltante che contribuisce e auto motiva il tuo percorso di osservazione. Anche solo se ti sei accorto di un colore particolare al supermercato, che nessuno ha visto minimamente nonostante ci si passi davanti ogni giorno; un chiodo ficcato nel muro che ha cominciato ad esistere solo quando ti sei accorto della sua presenza.

Il dettaglio è la semplicità resa manifesta dalla struttura sensoriale della realtà.

Quanti più dettagli sei capace di carpire -introspettivamente e sensorialmente parlando-, tanto più è in corso uno sviluppo personale. Essere speciali significa avere piena coscienza di se stessi, in qualsiasi realtà e modo sensoriale vi percepiate.
Parsifal A. Drake
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21 marzo 2014 5 21 /03 /marzo /2014 22:36

Il mistero delle sette sfere. Cosa resta da esplorare: dalla depressione di Afar alle stelle più vicineOgni tanto, capita di consigliare qualche ottimo libro: ''Il mistero delle 7 sfere'' racconta la straordinaria storia passata, presente, ma soprattutto futura, dell'esplorazione umana, scandita attraverso sette sfere concentriche (dalla più vicina alla più distante dalla Terra). Ci accompagnano in questo divertente viaggio, tra finzione e realtà, due guide d'eccezione: Jules Verne e Wernher von Braun. Si parte dalla sfera 0, quella della Terra, dove oggi rimane ben poco da scoprire. È invece quasi tutta da esplorare la sfera -1, o dell'Oceano, con i suoi tesori e i suoi misteri. E lo stesso vale per la sfera -2, il centro fuso della Terra.

Allontanandoci dal nostro pianeta, ecco la sfera +1, del Cielo, 300 km sopra di noi, dove veleggia maestosa la Stazione spaziale. Le nostre tappe successive, le sfere +2 e +3, sono quelle della Luna e di Marte. Infine, l'ultima sfera, + 4, o "delle stelle fisse", fino ad Alpha Centauri, a cui arriveremo con velocità pari a una frazione della velocità della luce. Oggi non sappiamo come andarci, ma sappiamo perché: per trovare, ne siamo praticamente certi, un nuovo pianeta, la Nuova America. Si chiama drd4-7r, è la variante di un gene di Homo sapiens , presente nel 20% di noi, ed è quella che spiegherebbe la nostra inarrestabile spinta a esplorare: così la genetica ci spiega perché noi, unici superstiti del genere Homo e forse unica razza intelligente della nostra galassia, siamo diventati «cosmopoliti invasivi», come topi o scarafaggi, in continua espansione.

Lasciata l'Africa, figli di un'unica Eva vissuta 143.000 anni fa, in poche decine di migliaia di anni abbiamo esplorato tutto il pianeta, occupandolo fino al suo ultimo pezzettino, la cima dell'Everest, nel 1953. Nel 1961, comincia l'espansione fuori dal nostro pianeta: Yuri Gagarin va in orbita, e dopo altri otto anni i primi sapiens atterrano sulla sfera della Luna. Avvalendosi della guida di Jules Verne e dalla sua fantasia inesauribile e premonitrice, Giovanni F. Bignami ci conduce in un viaggio alla scoperta delle sette sfere, in parte ancora inesplorate, che circondano, sopra e sotto di noi, la sfera 0 della superficie terrestre. Nel nostro pianeta restano da perlustrare le immense dimensioni degli oceani e dei loro fondali (sfera -1), ma anche il nucleo incandescente della Terra (sfera -2), il cui centro sarebbe accessibile a un piccolo «satellite infernale» che viaggiasse per una settimana attraverso le profondità del sottosuolo. La tecnologia attuale ci ha già portati nel cielo, fuori dall'atmosfera terrestre (sfera +1) fino a posare il piede sulla Luna (sfera +2); l'energia nucleare della fissione porterà l' Homo sapiens ( planetarius ?) oltre la Luna fino a Marte, ovvero all'inizio della sfera +3, che contiene tutto il sistema solare e che esploreremo grazie alla fusione nucleare.

Da Marte a Giove, fino al confine del sistema solare avremo una guida speciale: Werner von Braun, l'ex nazista che ci ha dato la Luna. Ed eccoci all'ultima sfera, la settima, la più difficile ma la più affascinante, quella delle stelle vicine a noi, con intorno pianeti abitabili, le future Americhe. Unica possibilità per arrivarci: la annichilazione della antimateria, l'energia più efficiente nota oggi. Sarà con noi Tito Lucrezio Caro, l'immenso poeta filosofo latino che sa esplorare l'Universo con la mente e con una lancia. Preoccupati del costo, in epoca di crisi? Niente panico: il mistero sarà risolto dall'«effetto Einstein» in economia.

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10 marzo 2014 1 10 /03 /marzo /2014 22:50

 

Fonte: Yuri Leverrato *

L’Amazzonia colombiana è uno degli ultimi territori vergini del Sud America. Essendo estesa circa mezzo milione di chilometri quadrati rappresenta poco più del 7% dell’intero bacino del Rio delle Amazzoni.
E’ solcata da immensi fiumi: il Putumayo (detto Ica in Brasile, lungo 1500 km), e il Caquetá (detto Yapurá in Brasile, 2850 km), entrambi affluenti diretti del Rio delle Amazzoni; l’Apaporis (805 Km), e il Vaupés (1050 km), rispettivamente affluenti del Caquetá e del Rio Negro.
Nella conca del Vaupés hanno vissuto sin da tempi remotissimi indigeni di etnia Arawak, che probabilmente erano originari del Rio Xingú (anche se alcuni antropologi situano la loro origine nell’attuale Roraima).
In un orizzonte temporale imprecisato, probabilmente duemila anni prima di Cristo, giunsero nella conca del Vaupés popoli d’idioma Tukano, una lingua non appartenente alle tre famiglie più diffuse in Amazzonia (Arawak, Caribe e Tupi Guaraní).
I Tukano che ancora oggi vivono nel bacino del Vaupés colombiano, si dividono a loro volta in Desana, Barasana, Bará, Tukano propriamente detti e Tatuyo.

La loro esistenza è costantemente minacciata sia da narcotrafficanti che utilizzano le loro terre per piantagioni illegali di coca, sia da cercatori d’oro irregolari senza scrupoli. Ultimamente però un territorio per loro ancestrale, la Serrania del Taraira, è stata dichiarata parco naturale protetto (detto Yaigojé Apaporis), e si è evitata così l’aberrante possibilità di uno sfruttamento su larga scala di oro, che avrebbe comportato elevati rischi di contaminazione delle acque dei fiumi da cianuro e mercurio.
I Tukano hanno una visione del mondo molto distinta dai discendenti degli Europei che vivono in Sud America.
Innanzitutto, come tutti gli autoctoni d’America, producono solo quello che gli serve per vivere dignitosamente e non accumulano eccedenze di produzione per poi rivenderle in momenti di scarsità o bisogno, tentando di lucrarci sopra.
E’ questa la grande differenza tra i Tukano (come altri indigeni d’Amazzonia), e l’uomo occidentale. L’insensata corsa al cosiddetto progresso, che porta l’uomo moderno ad accumulare beni materiali pensando di poterli vendere lucrandoci, non conquista le menti degli autoctoni, che invece cercano soprattutto di vivere in armonia con il loro ambiente.
Con lo scopo di raggiungere e mantenere l’equilibrio i Tukano hanno sviluppato alcune norme che controllano la crescita della popolazione, lo sfruttamento dei suoli, la caccia, la pesca e il comportamento interpersonale.
L’obiettivo finale della società Tukano è il raggiungimento di un insieme di persone felici, in pace con se stessi e le altre etnie, ed in totale equilibrio con l’ambiente, senza produzione di rifiuti contaminanti.
I luoghi sacri per i Tukano sono siti appartati dove si crede che dimorino gli spiriti degli antenati: la selva più profonda e le sorgenti dei fiumi.
Molta importanza hanno anche gli anfratti, nelle profondità dei fiumi, dove si crede vivano enormi anaconda, mostri che danno la vita e che la distruggono. Questi cavità sinuose del fiume vengono considerate come fossero uteri di donne, dove si genera la vita.
Le colline che si ergono sulla selva (cerros in spagnolo), sono anch’esse ritenute sacre dai Tukano. Nelle grotte si possono trovare resti ossei d’animali uccisi in epoche remote dagli antenati dei Tukano; spesso nelle pareti delle caverne vi sono dei pittogrammi e petroglifi, lasciati in eredità ai posteri dagli antichi abitatori di queste vallate. Per i Tukano sono luoghi sacri, dove vi sono gli spiriti dei loro antenati
Sono le stesse credenze ataviche che spingono i Tukano a regolare il tasso di natalità, non portare a termine grandi battute di caccia che potrebbero causare l’estinzione d’animali, evitare di pescare in zone di fiumi dove i pesci si riproducono, regolare le pratiche sessuali eccessive, e controllare i comportamenti aggressivi dei membri della società.
Al vertice della società Tukano vi è lo sciamano, persona che viene riconosciuta da tutti come il più adatto a mediare tra le forze sopranaturali e gli esseri viventi del pianeta.
Nella visione Tukano, l’Universo è stato creato dal Padre Sole, che ha concepito tre livelli cosmici: la superficie della Terra, la volta celeste e l’inframondo, una specie di regione paradisiaca situata sotto terra.
Poi ha creato gli animali e le piante e li ha posti sotto tutela di esseri sopranaturali.
Da notare che l’Universo Tukano non è infinito, come nella concezione scientifica occidentale, ma finito e limitato e con ciò le risorse disponibili sono viste come ristrette e scarse.
Anche la concezione su cosa sia l’energia dal punto di vista dei Tukano, e come sia giusto e adeguato consumarla, differisce dalla visione occidentale.
Per esempio, quando si raccolgono pannocchie di mais o radici di manioca e poi si consumano, o quando si uccide un animale per rifornirsi di proteine, i Tukano credono che l’energia della flora e fauna diminuisca, ma quella globale resti inalterata, poiché colui che si alimenta di mais, manioca o carne ha assunto la forza riproduttiva e spirituale che apparteneva alla pianta o all’animale.
Una delle più note entità soprannaturali che secondo i Tukano tutelano e controllano gli animali è il cosiddetto “padrone degli animali” rappresentato come un nano con esagerati attributi fallici.
Il “padrone degli animali”, considerato una specie di guardaboschi, protegge e vigila orsi, tapiri, cervi, scimmie, bradipi e tutte le altre specie che fanno parte della dieta dei Tukano.
Di solito è lo sciamano che ottiene dal “padrone degli animali” il permesso di uccidere una preda, ma solo dopo prolungati periodi d’astinenza sessuale, diete alimentari e riti di purificazione, che hanno la funzione indiretta di evitare prolungati periodi di caccia eccessiva.
Anche per ottenere il permesso di pescare lo sciamano si avvicina spiritualmente al “padrone degli animali” quando raggiunge lo stato di trance narcotico, causato di solito dall’ingestione di ayahuasca (banisteriopsis caapi) mischiata con chacruna (psychotria viridis).
Un'altra restrizione della società Tukano è la proibizione di nutrirsi di carne nei periodi quando la donna è soggetta a gravidanza, parto o mestruazione. Durante questi periodi la famiglia intera si ciba esclusivamente di vegetali.
Anche la raccolta di frutti silvestri, noci, miele, insetti o larve commestibili, come quella di foglie di palma o legno per le capanne, argilla da utilizzare per la ceramica e ogni altra risorsa, devono essere autorizzate dallo sciamano, che a sua volta ottiene il permesso dal rispettivo essere sopranaturale che vigila e protegge ogni animale, pianta o risorsa disponibile.
Le credenze Tukano si convertono così in un potente sistema per mantenere l’equilibrio della popolazione rispetto alle risorse disponibili.
La teoria su che cosa origini le malattie degli esseri umani è fortemente relazionata con il mantenimento dell’equilibrio nel sistema.
Quando per qualche ragione quest’equilibrio viene a cadere, si genera una malattia o un disturbo. Ma cosa ha fatto cadere l’equilibrio?
I Tukano credono che la caccia eccessiva, lo sfruttamento delle risorse in modo esagerato, l’invidia tra le persone, le pratiche sessuali smodate e la non adorazione degli esseri sopranaturali, porti ad un disequilibrio, o instabilità del sistema.
Lo sciamano percepisce questi disequilibri quando entra in stato di trance, ma anche quando sogna. Per esempio se lo sciamano sogna un particolare animale ciò viene interpretato come la caccia eccessiva che è stata fatta a quell’animale. Quindi lo sciamano assume il controllo diretto delle pratiche venatorie: controlla la quantità e concentrazione del veleno (curare), da utilizzare nelle frecce; decide il numero d’animali che devono essere uccisi; determina quali pesci devono essere ributtati nel fiume dopo averli tirati su con una rete, prima che muoiano; controlla la fabbricazione di una maloca, di una canoa, o supervisiona l’apertura di nuovi sentieri nella selva.
Per i Tukano gli animali hanno una grande importanza: mentre nella società occidentale sono soprattutto carne da macello, o a volte sono “schiavizzati” nei circhi, o tenuti prigionieri nelle gabbie degli zoo, o uccisi in modo aberrante nelle “corride”, o utilizzati come cavie viventi negli infami esperimenti di vivisezione, nella visione Tukano sono utilizzati come alimento (non in forma massificata), e sono esempio di vita per il comportamento umano.
Per esempio: l’organizzazione degli insetti, il senso dell’orientamento degli uccelli, la precisione e la velocità dei felini sono tutte qualità che i Tukano apprezzano e tentano di imitare. Sono i cosiddetti “totem”, in senso figurato, che appaiono ancora oggi in altre culture amazzoniche come quella degli Ashaninka o Tikuna. Per esempio l’aquila, vista come simbolo di maestosità e vicinanza con il Sole, ovvero con Dio; il giaguaro, visto come metafora della forza e precisione, esempio per il mondo terreno; il serpente, considerato come allegoria dell’inframondo, ma anche come immagine dell’eterno divenire.
Considerati in quest’ottica, i Tukano sono perfettamente integrati nell’ambiente in cui vivono. L’uomo occidentale invece, con la sua insensata corsa al lucro, ha formato una società in perenne disequilibrio, dove pochi vivono nel lusso e basano il loro potere nel profitto mentre molti stentano, il tutto a scapito dell’ambiente e degli animali.
Di solito quando un membro della società Tukano percepisce un disequilibrio nel suo organismo, lo sciamano lo interroga e gli chiede quale sia la quantità di carne che ingerisce normalmente e se alcun animale sia apparso nei sui sogni. In seguito a queste informazioni lo sciamano decide di imporre delle restrizioni sul consumo di carne, sulla caccia e sul comportamento generale del soggetto in questione.
L’iniziazione sciamanica è un processo complesso che porta un limitato gruppo di persone ad acquisire i necessari insegnamenti da alcuni anziani, basilari per poi poter accedere al mondo degli esseri soprannaturali. Il piccolo gruppo di uomini vive in isolamento per vari mesi, cibandosi unicamente di manioca. Di notte si balla e si canta sotto l’influenza di piante allucinogene.
L’inevitabile perdita di peso corporeo e la vita isolata sono alla base di un processo rigenerativo, che porterà poi l’aspirante sciamano a “rinascere” da un punto di vista spirituale. Durante questo processo il maestro somministra all’iniziato una serie di piante allucinogene specificamente preparate: per esempio si aspira rapé (tabacco aromatizzato), attraverso le fosse nasali, e si assume corteccia di virola (virola calophylla).
Dopo aver assorbito queste sostanze, aver cantato e suonato alcuni strumenti musicali tradizionali, gli iniziati guardano ad oriente verso la direzione della corrente dei fiumi. Quindi assumono lo yajé (ayahuasca con chacruna). Durante la cerimonia d’iniziazione osservano uno stretto digiuno. Dopo vari giorni di meditazione e assunzione di sostanze allucinogene, riprendono le loro funzioni normali, alimentandosi unicamente di brodo di manioca e pesce.
Lo scopo dell’iniziazione è che il soggetto, durante lo stato di trance, raggiunga uno stato di coscienza della propria esistenza e dimostri di poter arrivare ad uno stato di equilibrio.
I Tukano di oggi, che assommano in Colombia a circa 7000 persone (mentre in Brasile sono circa 3000 che vivono nella area indigena Alto Rio Negro), tentano di conciliare le tradizioni e le credenze ataviche con le inevitabili tendenze della società colombiana. A mio parere è un errore isolarli in territori indigeni dove saranno soggetti inevitabilmente ad un lento declino. E’ bene che intercambino informazioni con i non-indigeni, sempre e quando le loro terre non siano invase da persone violente e cercatori d’oro senza scrupoli.
YURI LEVERATTO

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16 febbraio 2014 7 16 /02 /febbraio /2014 22:45

COMUNICARE CON GLI EXTRATERRESTRI 

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Gli Alieni, nella maggior parte dei casi, non pensano, si comportano, agiscono e confrontano come noi; ed è per questo, che sono alieni.
 
Essi sono fatti in modo diverso; alcuni di loro hanno il cervello a un lobo, altri l’hanno a tre e altri ancora addirittura a sei.

 Ciò significa un modo totalmente differente di processare le informazioni cosmiche.

Il loro sistema nervoso è, in molti casi, diverso; si formano altri percorsi neuronali e altre sinapsi e le informazioni viaggiano, si muovono, connettono e collegano in modi altri dal nostro. 
 
Alcuni alieni hanno anche una chimica differente dalla nostra e il loro modo di processare le reazioni chimiche e la metabolizzazione di qualsiasi processo è differente. 

Il loro modo di esprimersi è differente; molti di loro non hanno la lingua e non parlano; altri non emettono suoni come li emettiamo noi.

I loro linguaggi sono assolutamente diversi, allo stesso modo di come ci sono migliaia o addirittura milioni di diversi linguaggi e di modi di comunicare su questo stesso pianeta. 

Ogni specie animale ha il proprio linguaggio, siano essi mammiferi, insetti o rettili, e anche all'interno della stessa specie ci sono differenti modi di processare le informazioni ed esprimere la propria realtà interiore. 


L’espressione della realtà interiore è un pacchetto completo di ciò che quell'essere e quella specifica razza sono.

Il modo in cui sono è il modo con cui processano le informazioni; è il modo in cui esprimono il loro modo di vivere, il loro modo di pensare, di percepire e di essere parte di questo intero universo. 
 
Ancora una volta, come facciamo amicizia con loro? 
 
Come comunichiamo con loro? 

Naturalmente non adoperiamo la comunicazione verbale, sempre che non incontriamo una razza e facciamo amicizia con entità, con esseri che sono molto simili a noi o addirittura uguali. 

In questo caso siamo assolutamente in grado e pronti ad iniziare una tecnologia di traduzione che ci consente di capire come pensiamo. 
 
In molti casi, comunque, come accade su questo stesso pianeta, quando ci incontriamo con chi appartiene ad una diversa cultura, nazione, linguaggio, condizionamenti, e comportamenti collettivi, comunicare è spesso impossibile.

Ci sono situazioni che possono essere espresse; c’è un linguaggio di base, non verbale che ci consente di scambiare informazioni semplici e Primarie che ci consentono di iniziare a costruire un dizionario di significati che sono simili o addirittura gli stessi per entrambi, o per quanti si trovano assieme.

Questa attitudine di base, d’inizio, l’abc di comunicazione e comprensione, è il silenzio.

Il silenzio è lo strumento.

Per mezzo del silenzio, come mi è stato insegnato quel primo incontro che ho avuto con un’entità aliena, con un essere di un’altra dimensione, siamo in grado di vedere, sentire, percepire, trasmettere, scambiare, rapportarsi, fondersi, imprimere. 

Questa è la via per iniziare a comunicare.

Questo stesso modo vale per quando abbiamo a che fare con qualsiasi altra specie che non è la nostra.

Quando comunichiamo con gli animali, il silenzio, la sensibilità, il sentire e testimoniare è la via.

Parlare, chiacchierare, emettere parole o suoni o esprimere emozioni di base, funziona; ma ad un livello alquanto minimo.

Il silenzio è la via. 

Gli animali semplicemente ci guardano e noi lo sappiamo, se prestiamo attenzione a sufficienza, che qualcosa passa, è trasmesso, è dato e ricevuto tramite quella silenziosa comunicazione.  

ognuno poi elabora l’informazione, lo scambio di energia elettronica a modo proprio, decodificando e assemblando il messaggio in un linguaggio significante. 

Ma all’inizio il silenzio è il mezzo tramite il quale il silenzio passa e trasmette se stesso, perché l’universo è silente; fuori dell’atmosfera c’è solo silenzio.
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29 dicembre 2013 7 29 /12 /dicembre /2013 22:45

I CORPI DI LUCE

Etram, Enoir e Atez svelano l’enigma dei cerchi nel grano

Maria Morganti racconta le sue ultime ricerche ed i suoi incontri con alcuni Esseri o Sfere di Luce, affettuosamente da lei chiamati “Perle del Cielo” che, presentate da Neuronice (creatura extraterrestre che già da molto tempo contatta la sig.ra Morganti) si presentano come Etram, Enoir ed Atez. Grazie così all’eloquio della sig.ra Morganti , spesso facile ed appassionato, ma altre volte erudito e complesso nella descrizione di eventi tecnologici ed evolutivi narratagli da queste creature, il lettore viene introdotto alla conoscenza di “segrete rivelazioni” concernenti la nostra stessa esistenza.

Nella seconda parte di questo libro, ecco poi che, con una documentazione precisa, tecnica ed esaustiva, il ricercatore Luciano Gasparini espone il sistema per la decodifica dei crop-circles: questi agriglifi invitano le nuove generazioni alla conoscenza di un nuovo pensiero, ed alla costruzione di nuove elaborate cogitazioni che portate a livello emozionale, garantiscono istruzioni e discipline terrene e cosmiche nello stesso tempo. Ciascuno di essi, retaggio di civiltà dotate di una consapevolezza più elevata, compendiano nella loro interezza la “Molecola Pensante” che distribuisce pensieri, simboli, forme e linguaggio.

 

PREFAZIONE

 di Alfredo Lissoni

 

Negli ultimi anni il nome di Maria Morganti, contattista telepatica di Mogliano Veneto, è diventato sempre più conosciuto e ripetuto non solo tra gli appassionati di ufologia e gli addetti ai lavori del mondo del mistero, ma anche tra il grosso pubblico; e questo non solo per l'infaticabile opera di divulgazione che la presidentessa del gruppo "La Corona" da diversi anni attua meticolosamente attraverso giornali e congressi, e nemmeno per le partecipazioni televisive di grande ascolto del Maurizio Costanzo Show a Piazza Grande con Giancarlo Magalli a Domenica In con Paolo Bonolis; il nome di Maria Morganti ha fatto in breve il giro del web prima, e delle cronache (anche giornalistiche) dopo, per la sua indiscussa capacità di prevedere in anticipo il passaggio UFO! A consacrare Maria come la più attendibile delle contattiste italiane del XXI secolo sono stati un "contatto preannunciato" con numerosi "corpi di luce" avuto nel 2003 ad Amatlan in Messico, assieme al fidato collaboratore Luciano Gasparini, vicepresidente della stessa Associazione; e l'avvistamento (anch'esso preannunziato dettagliatamente in tv da Magalli, che in seguito ha invitato nuovamente i due, confermando l'esattezza della previsione) di un oggetto triangolare sopra Luxor del 2005; entrambi gli eventi sono stati puntualmente filmati; i video UFO – eccezionali, nitidissimi e girati a distanza assai ravvicinata – hanno superato il filtro delle più serie indagini tecniche e computerizzate, persino presso una nota emittente politica nostrana.

Ma i contatti della signora Morganti, in realtà, risalgono a molti anni addietro; ed è stato proprio grazie alle sue esperienze con gli "Archetipi" ed i "Meridiani" ed alle "soffiate cosmiche" – come lei le chiama – dei suoi amici spaziali (come Neuronice, autodefinitosi "custode del sistema", membro di una delle 450 razze che ci visitano) che Maria ha potuto anticipare – ne fanno fede le date di diversi articoli di stampa – eventi come l'erosione delle Dolomiti, l'esplorazione marziana ed il ritrovamento in sito di acqua ed antichi manufatti, la scoperta dei principi per la formazione di forme elementari di vita su Giove, la comparsa dei primi cerchi nel grano italiani.

In questo nuovo libro di Maria Morganti, veniamo a conoscere più approfonditamente alcuni dei "fratelli cosmici" che comunicano telepaticamente con lei, i cui nomi letti a rovescio, rimandano ad altri nomi di senso compiuto (lascio al lettore il compito di scoprire quali). E' opportuno sottolineare che il vezzo curioso di presentarsi con nomi (forse in codice?) scritti a rovescio è una caratteristica riconosciuta agli alieni sin dagli anni Cinquanta; uno di questi "contatti", l'Archetipo Rhaam, è un nome assai noto; non ai più, ma al circolo ristrettissimo degli addetti ai lavori più informati; ricorda il Ramu che istruì negli anni Cinquanta il contattista polacco-americano Gorge Adamski; allora, come ora, questa figura si presenta, attraverso i messaggi canalizzati da Maria, come un'entità di avanzatissimo livello spirituale, un "Maestro Cosmico" in grado di spiegare con perizia profonda le origini dell'universo e della nostra umanità; anzi, delle umanità  che si sono succedute su questa e su altre terre, come ad esempio sul Pianeta Rosso; proprio questo è uno degli elementi che più sconcertano gli scettici – e sono molti – che sono scesi in campo a sfidare la signora Morganti, finendo inesorabilmente peraltro sconfitti: il fatto che una donna priva di una specialistica conoscenza astronomica e filosofica riesca ad esprimere – per di più con efficace semplicità – complessi concetti scientifici, che indubbiamente non le appartengono, che non sono frutto di letture, di studi scolastici e che non sono propri del suo bagaglio culturale, ma che appaiono palesemente essere stati comunicati "da altri", altri che sono in grado di conoscere il passato ed i futuro. E che hanno offerto a Maria Morganti, e soprattutto al suo immancabile collaboratore Luciano Gasparini, anche un altro grande dono: la decodifica dei cerchi nel grano o crop-circles, di cui si tratta nella seconda parte del libro. Se Maria è stata difatti in grado di anticiparne la prima comparsa nel nostro Paese, puntualmente verificatasi nel 2003, Luciano è indubbiamente il primo ricercatore al mondo in grado di decodificare completamente, totalmente ed in maniera assolutamente esatta il significato occulto di queste misteriose figure che da anni, forse da secoli, appaiono improvvisamente disegnate nelle messi di tutto il pianeta. Grazie all'interpretazione delle misure dei cerchi nel grano (una tecnica che gli antichi saggi rabbini di Israele chiamano ghematria), ad una tecnica di visualizzazione nota come "visione tridimensionale" ed a una serie di intuizioni "indotte" dall'alto, Luciano Gasparini è stato capace di risolvere uno dei più grandi enigmi dell'ufologia, quello dei crop-circles, finalmente identificati come un vero e proprio alfabeto cosmico, simbolico ed archetipico, grazie al quale le creature del cosmo intendono spiegarci come ci siamo evoluti e come sia possibile indirizzare al meglio il nostro sviluppo, in un periodo storico in cui la generale decadenza farebbe pensare assai male per il destino di questo pianeta.

Se la seconda parte di questo libro, che non può assolutamente mancare nella biblioteca di chi intende ampliare i propri orizzonti conoscitivi, getta uno sguardo sul futuro della nostra umanità, e sul come sia possibile migliorarla grazie alle "soffiate cosmiche" dei nostri amici vicini e lontani dello spazio, la prima parte non è meno affascinante. Attraverso le visualizzazioni paranormali di Maria (anche a Luxor, ove la sensitiva ha avuto, grazie agli alieni, una visione della reale struttura interna della piramide di Cheope e della presenza di un'enigmatica "stanza segreta") potremo viaggiare a ritroso, alla scoperta delle nostre origini perdute. Attingeremo così, come a bordo di una macchina del tempo, ad informazioni antidiluviane e scopriremo sperimentazioni scientifiche sia passate sia presenti; toglieremo persino il velo su certi esperimenti segretissimi che sta conducendo illegalmente l'uomo, nella sua folle sperimentazione sull'ibridazione e la clonazione – dai tragici risvolti – di creature extraterrestri, in laboratori nascosti, dei quali peraltro Maria Morganti fornisce precise indicazioni; scopriremo come, ancora una volta, la follia scientista degli esseri umani insegua il sogno abominevole della creazione di una "razza superiore" e sapremo infine quanto tutto ciò preoccupi i nostri più evoluti cugini dello spazio. Ed attraverso la decodifica della "simbologia cerchiana" – come l'ha ribattezzata Luciano Gasparini – ci viene offerta una via d'uscita per ciò che gli alieni hanno definito come il nostro distacco dalla natura e dalla nostra anima. Avete quindi tra le mani un libro di cui si sentiva necessariamente un gran bisogno. Buona lettura, dunque.

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8 dicembre 2013 7 08 /12 /dicembre /2013 22:30

 

                                 Il Giornale Online

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’autore di questo articolo è Luke Barnes, cosmologo. Barnes analizza le idee espresse dal collega Lawrence Krauss nel suo ultimo libro A Universe from Nothing: Why There is Something Rather than Nothing. Krauss che, ricordiamo, è anche autore di pubblicazioni molto prestigiose come La fisica di Star Trek (il che dovrebbe far riflettere sullo stato di sogno e di fervida fantasia da cui nascono le sue elucubrazioni), sostiene che «abbiamo scoperto che tutte le evidenze suggeriscono un universo che può plausibilmente essere emerso dal nulla. In questo senso [...] la scienza rende possibile non credere in Dio.» I suoi argomenti possono essere così riassunti:

1) Gli elementi fondamentali dell’universo sono, in base a quello che oggi conosciamo, materia ed energia, spazio e tempo, e sono governati dalle leggi della natura.
2) Le particelle di materia corrispondono a determinate configurazioni di campi quantistici. Esiste una configurazione senza particelle, il vuoto. Uno stato senza particelle può evolvere in uno stato con particelle. Quindi la materia può apparire dall’assenza di materia.
3) L’universo potrebbe avere energia totale pari a zero.
4) Esistono teorie che suggeriscono che spazio e tempo non sono fondamentali, ma emergono da stati senza spazio e tempo.
5) Le leggi della natura possono essere stocastiche e casuali, nel qual caso possono non esistere, in definitiva, leggi della natura.
6) Siccome possiamo immaginare che l’universo venga da uno stato senza materia, senza particelle, senza spazio, senza tempo e senza leggi, qualcosa può venire dal nulla.

Una persona di buon cuore dovrebbe lasciar perdere senza dar nessun peso a simili affermazioni ma oggi concedetemi di infierire un pò. D’altra parte uno può anche credere ai vulcaniani, nessun problema, ma se si vuol dare un aspetto di scientificità a queste idee c’è da preoccuparsi, anche per il successo che ottengono dentro e fuori della comunità scientifica. Non discuto della competenza tecnica e professionale del signor Krauss, ma la comprensione che ha della scienza in senso più generale è alquanto imbarazzante.

Non ho nulla da aggiungere alla descrizione che ne dà Barnes: «Cos’è la scienza? Ecco cosa cerco di fare nel lavoro di tutti i giorni. La fisica usa un metodo piuttosto peculiare per studiare l’universo. Traduciamo fatti fisici misurati circa l’universo in fatti matematici nell’ambito di un modello dell’universo. Una grande quantità di dati vengono racchiusi sinteticamente in poche equazioni. Avendo fatto il salto nello spazio della matematica, cerchiamo fatti matematici che corrispondono a misurazioni che non sono ancora state fatte, in altre parole predizioni». Quindi, vediamo come la scienza parli di come si relazionino e interagiscano determinati elementi fondamentali che rispecchiano le osservazioni del mondo reale. Andare oltre a degli elementi fondamentali non ha senso in quanto, come minimo, a quel livello non c’è più nulla di scientifico da dire.


Ma analizziamo punto per punto il ragionamento di Krauss.
1. Gli elementi fondamentali dell’universo sono, in base a quello che oggi conosciamo, materia ed energia, spazio e tempo, e sono governati dalle leggi della natura.
Questo è il primo e ultimo punto su cui non c’è nulla da obbiettare. Esistono degli enti fondamentali e questi obbediscono a delle leggi, il senso dell’intera scienza!

2. Le particelle di materia corrispondono a determinate configurazioni di campi quantistici. Esiste una configurazione senza particelle, il vuoto. Uno stato senza particelle può evolvere in uno stato con particelle. Quindi la materia può apparire dall’assenza di materia.
Nulla di formalmente sbagliato se non che si comincia ad intravedere il modo con cui si vuole distorcere a proprio piacimento la realtà: una particella può emergere dal vuoto quantistico, non dal nulla. I campi sono sempre lì e, se producono una particella, è perché hanno interagito in un certo modo. Ed è proprio il loro agire all’interno di un ordine, di un Logos, che esiste al di là dello stato materiale che manifestano. Questo Logos deve esistere, non può essere nulla.

3. L’universo potrebbe avere energia totale pari a zero.
Sì, però considerando che i numeri reali sono un insieme denso la probabilità che l’energia sia pari a zero è nulla. In ogni caso, seriamente, dare un valore all’energia – non a differenze di energia – è qualcosa di molto delicato in fisica anche perché dipende secondo quale paradigma si compie l’assegnazione. Si riferisce al modo in cui si assegna l’energia nella teoria del mare di Dirac (con energie negative per le antiparticelle) o secondo la teoria quantistica dei campi?

4. Esistono teorie che suggeriscono che spazio e tempo non sono fondamentali, ma emergono da stati senza spazio e tempo.
Qui non si capisce perché spostare il problema dallo spaziotempo agli stati cambi qualcosa. Uno stato non è nulla.

5. Le leggi della natura possono essere stocastiche e casuali, nel qual caso possono non esistere, in definitiva, leggi della natura.
Questa è veramente la mia preferita. Si cominciava a temere che non ci fosse posto per Dio in questo sistema, e invece no! Dio esiste, ed è la statistica. Ma specialmente esistono le fluttuazioni statistiche di cose che non esistono, le leggi della natura: spettacolare! Sempre che queste fluttuazioni non siano governate da leggi più generali come giustamente suggerisce Barnes.

6. Siccome possiamo immaginare che l’universo venga da uno stato senza materia, senza particelle, senza spazio, senza tempo e senza leggi, qualcosa può venire dal nulla.
Ecco che il pensiero si chiude e mi pare anche di scorgere un ghigno di soddisfazione, d’altra parte Krauss ha appena intravisto i segreti dell’universo, come non capirlo… L’errore è sempre il solito: le particelle vengono da stati senza particelle, non dal nulla. Lo spazio ed il tempo vengono forse da uno stato senza di essi, non dal nulla. Il nulla non può tramutarsi in qualcosa anche solo per il fatto che se la transizione avvenisse, dovrebbe avvenire nel tempo. Ma il tempo non è nulla. L’unico nulla immaginabile è un nulla eterno che evidentemente, dato che siamo quì, non esiste adesso, non esisteva prima e non esisterà mai. Giusto per ribaltare una citazione di R. Dawkins possiamo dire che molti scienziati oggi si stupirebbero di quante cose potrebbe insegnare loro Aristotele.

Quello che sconcerta è che in tutto questo ad essere negata è la scienza in quanto indagine di enti esistenti regolati da leggi esistenti. La struttura stessa della scienza impedisce di andare oltre ai postulati fondamentali poiché al di fuori di essi non c’è nulla da dire. La costruzione assiomatica degli enti e delle leggi può essere modificata, migliorata e ampliata, non rimossa. Per questo Barnes scrive: «La visione scientifica del mondo può accordarsi bene con una visione teistica del mondo. E questa è esattamente la visione nella quale la scienza è nata, esattamente la credenza degli autori della rivoluzione scientifica».
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5 dicembre 2013 4 05 /12 /dicembre /2013 22:28

Alfred-Kubin-1

 

Viene definito, dallo stesso autore, come romanzo fantastico, ma in realtà “L’altra parte“, di Alfred Kubin, può essere letto come un rappresentazione letteraria del mondo dell’inconscio umano.

 

Di primo acchito i lavori di Alfred Kubin ci inquietano, ma poi ci illuminano con la loro straordinaria forza immaginifica. Sono indagini sulla correlazione indissolubile tra Vita e Morte, le quali sempre in coppia e in lotta, come in un macabro matrimonio,  definiscono il grottesco banchetto dell’umanità.

 

 

Al di là di classificazioni e dei giudizi della critica, la penna di Kubin, come la sua matita, ci regalano una potente e spettacolare visione dei nostri incubi.

Influenzato dalla psicanalisi, aveva intuito la presenza di una “realtànascosta che preme sulla psiche dell’individuo in maniera inconsapevole; la sua capacità è stata quella di saper rappresentare quest’inconscio in maniera sublime. Attraverso l’arte e la letteratura ha creato mondi onirici dove plasmare e rendere concreti realtà di sogni, in cui la morte, il bizzarro e il macabro la fanno da padrone.

 

Die Andere Seite“ (1908), venne scritto in 12 settimane, ed è un vero e proprio incubo razionale, in cui il lettore si trova immerso in un mondo poco rassicurante e in cui l’inconscio prende forma; il tutto corredato da 52 splendide illustrazioni.

Per comprendere appieno l’opera di Kubin, bisogna ricordare che, l’autore stesso, la considerava come la raffigurazione “artistica” dei suoi incubi notturni e diurni (ovvero ad “occhi aperti”). È questa in effetti la chiave per “accedere” pienamente alla sua arte.

La trama del romanzo è molto semplice, ma bisogna leggere tra le righe.

È il racconto di una città, Perla, capitale del Regno del Sogno, retta da un monarca assoluto, Claus Patera, che raccoglie antichità da ogni parte del mondo per costruirla, resti di umanità da qualsiasi nazione per popolarla, e promette ricchezze e felicità eterne. In questo regno il nuovo ed il progresso sono banditi.

Perla, come tutto il Regno del Sogno, è perennemente avvolta da un’atmosfera crepuscolare e pervasa da odori strani, sgradevoli.

Il protagonista, l’io narrante,  alterego di Kubin (tanto è immedesimato col suo personaggio che non lo chiamerà mai per nome, dall’inizio alla fine della narrazione), vi è attratto col miraggio di una rivincita nei confronti della sorte maligna, ci vive, si vede al colmo della sua fortuna, poi cambia qualcosa…

La città finisce per divenire una prigione che trattiene i suoi abitanti con una forzata apatia, una noiosa monotonia che è allo stesso tempo continua incertezza che logora l’anima.

Perla è una visione. Quando la nebbia si dirada, si scorge un mulino dall’aria sbarazzina, una palazzina ottocentesca con una smorfia triste, un fiume noioso ma dal corso implacabile. Perla sa di oppio e nuvole, e la cui stessa esistenza è precaria e sconsiderata.

 

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Nel Regno del Sogno si seguono leggi particolari, regole che spesso ridicolizzano la normalità del mondo esterno, la sua materialità sfrenata e la banalità delle convenzioni. L’esistenza sembra trascinarsi su binari precostituiti: una sorta di forza onniveggente, di orwelliana memoria, riequilibra le cose ogni volta che si verifica un cambiamento, dando la sensazione di non essere mai veramente padroni del proprio destino. L’artificiosità del Regno comincia a diventare intollerabile per il mostro protagonista. Claus Patera è una presenza invisibile ma allo stesso tempo onnipresente, un dio imperscrutabile che dalle profondità del suo palazzo avviluppa uomini e cose in una sorta di sortilegio, un potere occulto dallo scopo oscuro.

Quando il Nuovo fa la sua irruzione in questo luogo, sotto le spoglie dell’americano Hercules Bell, «re della carne in scatola», ciò comporta il crollo e la definitiva scomparsa del Regno insieme alla morte pressoché totale dei suoi abitanti ad eccezione del narratore il quale riuscirà, da sopravvissuto (a prezzo però di una persistente allucinazione: «La realtà mi sembrava una ripugnante caricatura dello Stato del Sogno») a trascriverne il tramonto e la fine.

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Cosa scopre realmente l’io-narrante (Kubin) attraverso la sua permanenza e la sua ricerca in questo mondo onirico?

L’essenza dell’intero romanzo è sintetizzato nelle ultime parole:

«Pensavo alla mia morte come a una gioia grandissima, celeste, come all’inizio di una eterna notte nuziale. Come tutto si rivolta contro di lei, e come sono buone le sue intuizioni! In ogni volto cercavo ansiosamente i suoi segni, nelle pieghe e nelle rughe della vecchiaia scoprivo i suoi baci. Sempre nuova mi appariva; e come erano squisiti i suoi colori! I suoi sguardi  risplendevano così seducenti che i più forti dovevano cedere, e allora lei gettava la sua maschera e senza mantello il morente la vedeva circondata da diamanti, nei riflessi di mille sfaccettature. Più tardi, quando osai rientrare nella vita, scoprii che la mia dea regnava solo a metà. Divideva le cose più grandi e le più piccole con un antagonista, che voleva la vita. Le forze di attrazione e di repulsione, i poli della terra con le loro correnti, l’alternarsi delle stagioni, il giorno e la notte, il bianco e il nero, non sono che  l’espressione di una lotta. Il vero inferno consiste nel fatto che questo doppio gioco contraddittorio si prolunga in noi. L’amore stesso ha il suo centro di gravità “inter feces et urinas”. I momenti più alti possono soggiacere al ridicolo, allo scherno, all’ironia».

«Il Demiurgo è un ibrido».

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Così conclude Kubin. L’antagonista è in noi: c’è il bene e il male, la vita e la morte, la realtà e il sogno. Gli opposti sono l’espressione di una lotta interiore, nell’inconscio, che si concretizza in azioni esteriori che disegnano un sottilissimo confine tra la gloria e il ridicolo, tra l’essenziale e l’effimero. E il Demiurgo, nell’antica idea platonica l’artigiano divino, colui che plasma la materia informe, è l’intermediario. L’essere che riproduce la forma del mondo delle idee. Come Patera appunto, e come Kubin in questo romanzo. L’altra parte è proprio quella nascosta in noi, e che a volte si manifesta.

Katia Valentini

 

http://www.ukizero.com/il-demiurgo-e-un-ibrido-kubin-e-il-racconto-di-un-incubo/

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15 novembre 2013 5 15 /11 /novembre /2013 22:31

Per ordinare presso MACROLIBRARSI Tensegrità, Passi Magici, di Carlos Castaneda

 

 

 

 

 

INTRODUZUIONE

«Don Juan Matus, un Maestro Sciamano, un Nagual, come vengono chiamati coloro che guidano un gruppo di altri Sciamani, mi fece conoscere il mondo cognitivo degli Sciamani che vivevano nell'antico Messico. Nato a Yuma, in Arizona, era di origine indiana, suo padre era un indiano Yaqui originario di Sonora, in Messico, e sua madre era probabilmente un'indiana. Visse in Arizona fino all'età di dieci anni, quando suo padre lo portò con sé a Sonora e rimase ucciso in seguito ai conflitti in corso tra Yaqui e messicani. Fu così che a dieci anni andò a vivere nel Messico del sud con alcuni parenti. A vent'anni entrò in contatto con un Maestro Stregone di nome Julian Osorio, che lo fece entrare in un lignaggio di Sciamani che, si diceva, andasse indietro nel tempo per ben venticinque generazioni. Julian non era un indiano, ma il figlio di emigranti europei che si erano trasferiti in Messico. Don Juan mi raccontò che il Nagual Julian era stato attore e mimo, una persona elegante, abile nel raccontare, adorata da tutti, influente e decisa. Durante una serie di spettacoli teatrali in provincia, l'attore Julian Osorio cadde sotto l'influenza del Nagual Elias Ulloa, che gli trasmise la conoscenza del suo lignaggio di Sciamani.»

 

ORIGINE E SCOPO DEI PASSI MAGICI

«Seguendo la tradizione del suo lignaggio di Sciamani, don Juan Matus insegnò ai suoi quattro discepoli (Taisha Abelar, Florinda Donner-Grau, Carol Tiggs e me) alcuni movimenti corporei che chiamava Passi Magici. Ce li mostrò con lo stesso spirito con il quale erano stati tramandati una generazione dopo l'altra, con un'unica notevole differenza, eliminò infatti l'eccessivo rituale che aveva sempre circondato l'insegnamento e l'esecuzione dei Passi Magici. A tale proposito don Juan commentò che il rituale stesso aveva perso la sua intensità perché le nuove generazioni di praticanti si interessavano sempre più all'efficenza e alla funzionalità. Mi raccomandò di non parlarne mai con nessuno, nemmeno con gli altri discepoli, perché i Passi Magici riguardano esclusivamente un certo individuo, e il loro effetto è cosi sconvolgente che è meglio eseguirli senza metterli in discussione.»

«Don Juan Matus mi insegnò tutto quello che sapeva sugli Sciamani del suo lignaggio; dichiarò, stabilì, affermò e mi spiegò ogni sfumatura della sua conoscenza, e di conseguenza tutto ciò che io stesso dico a proposito dei Passi Magici deriva direttamente dalle sue istruzioni. I Passi Magici non sono stati inventati: furono infatti scoperti dagli Sciamani del lignaggio di don Juan che vivevano nell'antico Messico quando si trovavano nello stato sciamanico della consapevolezza intensa. La scoperta dei Passi Magici è stata quasi casuale, e ha avuto inizio da serie di semplici domande riguardanti la natura dell'incredibile benessere che gli Sciamani provavano in quelle condizioni di consapevolezza intensa, quando assumevano determinate posizioni con il corpo o spostavano in maniera specifica gli arti. Tale sensazione di benessere era così intensa che essi concentrarono i loro sforzi sulla possibilità di ripetere quei movimenti anche in stato di coscienza normale.»

«A quanto pare riuscirono nel loro intento, diventando così i possessori di una serie molto complessa di movimenti che assicuravano ottimi risultati per quanto riguardava le capacità fisiche e mentali. I risultati così ottenuti erano talmente intensi che decisero di chamarli Passi Magici; per generazioni intere li insegnarono solo agli Sciamani iniziati, sempre a livello personale, seguendo rituali elaborati e cerimonie segrete. Insegnando i Passi Magici, don Juan Matus si è discostato in maniera radicale dalla tradizione; un tale distacco lo ha costretto a riformulare il loro scopo pragmatico. Mi presentò tale obiettivo non come il raggiungimento dell'equilibrio fisico e mentale, come si era verificato in passato, ma come la possibilità pratica di ridistribuire l'energia: tale distacco dalla tradizione era dovuto all'influenza dei due Nagual che lo avevano preceduto. Gli Sciamani del lignaggio di don Juan credevano che in ognuno di noi esistesse un'energia la cui quantità non aumenta o diminuisce in seguito all'intervento di forze esterne; per loro questa dose di energia era sufficiente a ottenere qualcosa che ritenevano fosse l'ossessione di ogni uomo sulla faccia della terra, e cioè la capacità di infrangere i parametri della normale percezione.»

«Don Juan Matus era convinto che la nostra incapacità di ottenere tale risultato fosse provocata dalla società e dall'ambiente in cui viviamo, che ridistribuiscono completamente la nostra energia interiore imponendo i modelli comportamentali già stabiliti che non ci permettono di spezzare i parametri della normale percezione. «Per quale motivo io o qualcun altro dovremmo rompere questi parametri?» chiesi una volta a don Juan. «Perché è una questione che il genere umano non può evitare di affrontare», mi rispose. «Tale rottura rappresenta l'entrata nei mondi inimmaginabili di un valore pragmatico che non è affatto diverso dai valori della vita quotidiana. Possiamo accettare o meno questa premessa, ma siamo comunque ossessionati dall'idea di infrangere questi parametri, un compito che falliamo miseramente. Da qui deriva l'abuso da parte dell'uomo moderno di droghe, eccitanti, rituali e cerimonie religiose.» «Per quale motivo credi che abbiamo fallito così miseramente?» gli chiesi. «L'incapacità di realizzare il nostro desiderio subliminale è dovuta al fatto che lo affrontiamo in maniera approssimativa; gli strumenti a nostra disposizione sono rudimentali ed è come cercare di abbattere un muro sbattendoci contro la testa. L'uomo non prende mai in considerazione questa rottura in termini di energia. Per gli Sciamani il successo viene determinato dall'accessibilità o meno dell'energia.» (Carlos Castaneda, Tensegrità, Passi Magici, pagg. 7-8)

 

 

CARLOS CASTANEDA
1997 Tensegrity, Magical Passes,
Laugan Productions, 1997.
Traduzione italiana: Tensegrità, Milano, Rizzoli, 1997.

http://www.carloscastaneda.it/Libri-Castaneda/Tensegrita-Passi-Magici.htm

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