Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
11 settembre 2014 4 11 /09 /settembre /2014 21:46

 

Padre Jean-Edouard Lamy (Père Lamy)

Jean-Edouard Lamy nacque in Francia nel 1853. Fu curato de La Courneuve dal 1900 al 1923.

Tutta la sua vita fu costellata da visioni e fenomeni mistici straordinari. Aveva spesso visioni di Gesù (soprattutto durante la Messa), della Madonna, di San Giuseppe e di angeli. Aveva una straordinaria devozione per la Madonna e una grande familiarità con gli angeli. Conversava regolarmente con il suo Angelo Custode. Molte persone che erano presenti quando parlava con gli angeli riferivano di sentire distintamente le loro risposte. Molti testimoni dicevano di vedere il viso di Padre Lamy diventare radioso quando assisteva alle sue visioni. Spesso nelle sue visioni vedeva fatti del passato e del futuro. Come altri grandi mistici subiva le vessazioni di Satana.

Dormiva una o due ore per notte e recitava il Rosario quasi continuamente. Aveva il dono del discernimento delle coscienze, cioè poteva "sentire" i peccati delle persone. Vengono riferiti molti miracoli operati da lui. Numerosi e illuminanti sono i suoi commenti su questioni spirituali e le profezie pervenuteci.

Il suo vescovo disse di lui: "Nella mia diocesi ho un altro Curato d'Ars".

Quand’era in vita, non erano trapelate le capacità di cui era stato dotato il prete. Soltanto qualcuno aveva intuito che questo straordinario pastore di anime aveva dei contatti diretti con l’aldilà. Ma di certo l’interessato volle evitare qualsiasi rivelazione all’esterno, compresi i suoi superiori o confratelli. Non a caso chiese al suo biografo e confidente, il conte Biver, che fu testimone di episodi razionalmente inspiegabili, la cortesia di non fare cenno a queste sue ‘conoscenze particolari’,  non prima, per lo meno, della morte. Il Biver, da scienziato agnostico o quanto meno incredulo delle vicende spirituali, mantenne il patto.

Lasciò scritto a proposito delle creature angeliche che sono unite perennemente a Dio: “Voi non potete immaginare la potenza di un Arcangelo, né quella della Santa Vergine! Vi è una grande utilità a pregare gli Angeli”.

“La Santa Vergine ha avuto la bontà di mettermi sotto la protezione del santo Arcangelo Gabriele, di affidarmi a lui”. In molte situazioni critiche padre Lamy venne fisicamente salvato da incidenti e morte certa grazie all’intervento dell’Arcangelo Gabriele, servitore dell’Altissimo e messaggero di buone novelle, che rappresenta, nell’esistenza dell’apostolo francese, una fonte continua di guarigioni e di sostegno all’opera portata avanti dal ‘prete di strada’.

Una particolarità distingue l’Arcangelo Gabriele che ebbe un ruolo fondamentale nell’arco di vita di padre Lamy: è il più alto di tutti gli angeli.

Leggiamo insieme la descrizione che ne fa il testimone diretto:

“L’Arcangelo Gabriele è più alto di tutti gli altri angeli. A lui io riconosco uno spirito di una categoria superiore. Quello che in loro è molto bello sono le placche d’oro di forma irregolare: poste come in un mosaico di cui la parte superiore del loro corpo è rivestito, continuamente sfavillano. Esse ricevono la luce di Dio. Queste placche d’oro, che perennemente si muovono, potrebbero assomigliare ad altrettanti soli”. In altri passaggi si sofferma anche sul tipo di capigliatura che lo contraddistingueva: “L’arcangelo Gabriele ha i capelli ben tagliati ed ondulati”.

Emergono altre specificità degli angeli, in particolare per quanto riguarda il loro impatto estetico dominato da una luminosità senza eguali, alla quale molto spesso il sacerdote farà riferimento. Veniamo a sapere che queste creature celesti che assistevano, come fedeli normali, alle celebrazioni eucaristiche di Lamy e lo trasportavano, da un luogo all’altro, quando le forze lo abbandonavano e prendeva il sopravvento una debolezza apparentemente invincibile, sono splendenti più della Madonna, indossano abiti bianchi, sono senza ali e hanno un aspetto assai giovanile.

Ecco la descrizione dettagliata: “Gli Angeli – svela – hanno un aspetto più luminoso di quello della Santa Vergine, almeno all’apparenza. Con quegli affascinanti riflessi di luce che cambiano incessantemente sui loro abiti bianchi, essi hanno l’aria di brillanti ufficiali presso di Lei, così semplice. Io non ho mai visto loro delle ali. Sempre di aspetto giovanile, essi portano, impressa sul loro volto, la benevolenza verso gli uomini, mentre invece i demoni hanno un aspetto duro, strano, a tratti disgustoso e repellente”.

E’ capitato in più circostanze che Lamy si sentisse senza più forze. Nei momenti di spossatezza, quando pronunciava le parole “Dio mio, Dio mio, come sono stanco!”, egli, all’improvviso, si trovava teletrasportato davanti alla sua parrocchia, oppure nei posti in cui le persone avevano bisogno della sua opera misericordiosa.

Lamy instrada tutti i cattolici del mondo verso un obiettivo: pregare costantemente gli angeli. Ma perché? Non soltanto per riuscire a captare la loro presenza accanto a noi, sempre, in ogni istante,  ma anche perché “ogni volta che rivolgiamo a loro preghiere e richieste di aiuto, essi sono molto contenti (…). I nostri Angeli custodi ci guardano come se noi fossimo dei fratellini indigenti. La loro bontà nei nostri riguardi è estrema”.

Con la protezione degli angeli Lamy era solito celebrare la messa con fervore straordinario e devozione senza pari, un atteggiamento interiore che, quasi, lo trasfigurava. Ad assistere alla messa, infatti, non c’erano soltanto i fedeli, ma corti di angeli risplendenti più che mai di luce intensa. Grazie alle doti speciali trasmesse dagli angeli, il religioso era in grado di capire se l’anima per la quale egli stava celebrando messa riceveva beneficio. “In quei momenti non pensi più alle cose della terra, ma senti chiaramente qualcosa di celestiale dentro di te che è l’effetto della loro presenza”   (per un'analisi completa sulla figura di questo sacerdote, si consiglia il libro su padre Lamy scritto da Irene Corona, edizioni Segno, Angeli come guida).

La sua biografia è sta scritta dal Conte Paul Briver nel libro "Le Père Lamy, apôtre et mystique" ("Padre Lamy, apostolo e mistico"; N.d.T.).

Morì nel 1931.

Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
10 settembre 2014 3 10 /09 /settembre /2014 21:48

A partire dagli anni sessanta, gli scienziati hanno studiato intensamente un piccolo gruppo di pazienti sottoposti a un intervento radicale di neurochirurgia. Queste persone hanno dato molto alle neuroscienze – ma fra poco non ci saranno più.

di David Wolman

Nei primi mesi dopo l’intervento, fare la spesa era una cosa da perdere le staffe. In piedi davanti al bancone del supermercato, Vicki vedeva un articolo sullo scaffale e sapeva di volerlo mettere nel carrello – ma non ci riusciva. «Allungavo la destra verso la cosa che volevo, ma poi arrivava la sinistra e diventava una specie di bisticcio», racconta. «Parevano due magneti che si respingono.» Fare la spesa settimanale significava due e anche tre ore di sofferenza. Anche vestirsi era una sfida: non riusciva a tenere insieme quello che voleva mettersi e quello che facevano le sue mani. A volte finiva per trovarsi addosso tre completi diversi. «Mi toccava buttare tutto sul letto, fare un gran respiro e ricominciare da capo.»

Per un aspetto essenziale, però Vicki stava meglio di prima dell’intervento. Non aveva più attacchi epilettici, che prima erano così forti da renderle la vita quasi insopportabile. Una volta si era accasciata sul piano di un vecchio forno, e le bruciature le avevano lasciato profonde cicatrici sulla schiena. «Davvero non riuscivo a funzionare», dice. Quando, nel 1978, il suo neurologo le parlò di un intervento di neurochirurgia, radicale ma pieno di rischi, che avrebbe potuto esserle d’aiuto, ebbe pochissime esitazioni. Se le cose avessero dovuto volgere al peggio, sapeva che di sua figlia piccola si sarebbero presi cura i suoi genitori. «Però ovviamente ero preoccupata», dice. «Quando ti fai dividere il cervello in due, non è che poi si rimette insieme.»

l tessuto calloso del cervello sano (bianco brillante nell’immagine in alto) si ritrae dopo la callosotomia, lasciando solo il ventricolo (nero)Cortesia Michael Gazzaniga

Nel giugno del 1979, in un’operazione durata quasi 10 ore, i medici crearono una sorta di «tagliafuoco», come si fa contro gli incendi, per contenere gli attacchi di Vicki, tagliando il suo corpo calloso, il fascio di fibre neurali che collega i due lati del cervello.

Questo drastico intervento, chiamato callosotomia, stacca i collegamenti tra i due lati della neocorteccia, la sede del linguaggio, del pensiero cosciente e del controllo dei movimenti. Le difficoltà di Vicki nel supermercato erano dovute a un cervello che si comportava, per certi aspetti, come se in esso ci fossero due menti separate.

Dopo circa un anno, le difficoltà di Vicki diminuirono. Per la maggior parte, era tornata se stessa: affettava verdure, si allacciava le scarpe, giocava a carte, faceva addirittura sci d’acqua. Quel che Vicki però non poteva sapere era che l’intervento che aveva subito avrebbe fatto di lei un’involontaria superstar delle neuroscienze. La donna fa parte infatti di un gruppo di meno di una dozzina di pazienti split brain, dal «cervello diviso», il cui cervello e il cui comportamento sono stati oggetto di innumerevoli ore di esperimenti, centinaia di lavori scientifici, e citazioni in praticamente tutti i testi di psicologia della scorsa generazione. Adesso però i loro ranghi si stanno assottigliando.

Una coppia di macchine separate
Grazie allo studio di questo gruppo, gli scienziati ora sanno che il cervello sano può somigliare a una coppia di macchine nettamente diverse, cablate fra loro e costantemente impegnate a scambiarsi torrenti di dati. Ma una volta tagliato il cavo primario, l’informazione – parole, oggetti, immagini – presentata a un emisfero viene ignorata dall’altro. Michael Gazzaniga, studioso dei processi cognitivi all’Università della California a Santa Barbara, e «grande vecchio» della moderna ricerca sui cervelli divisi, dice che, anche dopo mezzo secolo di lavoro con questi pazienti, ancora prova un brivido quando osserva gli effetti dell’interruzione del collegamento. «Ti trovi con un paziente dal cervello diviso che fa una delle solite cose – gli fai vedere un’immagine e lui non sa dire di che si tratta. Però riesce a pescare proprio quell’oggetto da una sacca piena di cose», dice Gazzaniga. «Il cuore ti balza in gola!»

L’idea di una dicotomia della coscienza ha colpito il grande pubblico, ed è stata fortemente esagerata nella nozione di «cervello destro creativo»

Il lavoro con questi pazienti ha evidenziato le differenze tra i due emisferi, rivelando per esempio che in genere l’emisfero sinistro ha il ruolo guida per l’elaborazione della parola e del linguaggio, mentre quello destro è specializzato nel trattamento dello spazio e nel riconoscimento dei visi. «Questo lavoro ci ha fatto vedere che tutti e due gli emisferi sono assai competenti nella maggior parte delle cose, ma ci presentano due istantanee assai diverse del mondo», dice Richard Ivry, direttore dell’Institute of Cognitive and Brain Sciences dell’Università della California a Berkeley. L’idea di una dicotomia della coscienza ha colpito il grande pubblico, ed è stata fortemente esagerata nella nozione di «cervello destro creativo».

Ma le ulteriori ricerche condotte sui pazienti con il cervello diviso hanno dato un quadro più ricco di sfumature. Il cervello non è fatto come un computer, con sezioni specifiche dell’hardware incaricate dell’esecuzione di certi compiti. È più simile a una rete di computer connessi da enormi e attivissimi cavi a banda larga. La connettività tra le regioni attive del cervello si sta rivelando altrettanto importante, se non di più, delle operazioni svolte dalle sue singole parti. «Nei pazienti dal cervello diviso, si vede l’impatto che può avere lo scollegamento di un’enorme porzione della rete, senza che siano danneggiati i singoli moduli specifici», dice Michael Miller, psicologo dell’Università della California a Santa Barbara.

David Roberts, primario di neurochirurgia al Dartmouth-Hitchcock Medical Center di Lebanon, New Hampshire, che ha operato alcuni dei pazienti di questo gruppo e lavorato in stretta collaborazione con Gazzaniga, trae un’importante lezione dalle ricerche su questo tema. «Nelle facoltà di medicina, e nella scienza in generale, si sottolinea moltissimo l’importanza dei grandi numeri, degli esami di laboratorio, della diagnostica e della significatività statistica», dice Roberts – tutte cose cruciali quando si tratta, diciamo, di valutare un nuovo farmaco. Ma il gruppo dei pazienti split brain gli ha fatto prendere coscienza di quante cose si possono capire a partire da un caso singolo. «Ho imparato, alla fine, che un singolo individuo, studiato bene e riflettendoci sopra, può consentirci di trarre conclusioni che si applicano a tutta la specie umana», dice.


Le tecniche di imaging cerebrale oggi sono divenute il modo più usato per osservare le funzioni cerebrali,
rendendo superfluo, secondo molti ricercatori, lo studio dei pazienti split brain.
Ma non tutti sono d'accordo. © Allen Bell/Corbis

Oggi, i pazienti dal cervello diviso sono sempre più avanti negli anni; qualcuno è morto, uno ha avuto un colpo apoplettico, e in generale l’età li ha resi meno capaci di sopportare lunghe e impegnative sessioni di osservazione e concentrazione. L’intervento, già molto raro, è stato soppiantato da farmaci e procedure chirurgiche meno drastiche. Nel frattempo, le tecnologie di visualizzazione dell’attività cerebrale sono divenute il modo più usato per osservare le funzioni cerebrali, dato che gli scienziati possono semplicemente osservare quali aree sono attive durante l’esecuzione di un compito.

Per Miller, Ivry e Gazzaniga, però, i pazienti dal cervello diviso in due restano una risorsa inestimabile. Le tecniche di visualizzazione possono confermare, per esempio, che il lato sinistro del cervello è più attivo di quello destro nell’elaborazione del linguaggio. Ma questo trova un’illustrazione plastica nei pazienti split brain, che possono non essere in grado di leggere ad alta voce una parola come «padella» quando la si presenta all’emisfero destro, ma sono in grado di indicarne esattamente il disegno. «Questo ci da il senso di una capacità di lettura dell’emisfero destro, che però non può accedere al sistema motorio per produrre il parlato», dice Ivry. «La visualizzazione dell’attività cerebrale è utilissima per dirci dove succede una cosa», aggiunge, «ma il lavoro con i pazienti può dirci come succede».

Un cavo tagliato
La resezione del corpo calloso è stata usata come trattamento per le forme più gravi di epilessia a partire dagli anni quaranta, su un gruppo di 26 pazienti a Rochester, New York. L’obiettivo era tenere confinata la tempesta elettrica dell’attacco epilettico a uno solo dei due lati del cervello. All’inizio, non sembrò funzionare. Nel 1962, però, un paziente esibì un miglioramento significativo. Anche se non è mai diventato la strategia terapeutica preferita – è invasivo e rischioso, e in molti pazienti i sintomi possono essere attenuati con farmaci – l’intervento è comunque considerato una tecnica di ultima istanza per i casi  intrattabili di epilessia.

I ricercatori che avevano studiato i primi pazienti split brain avevano concluso che la separazione non influiva sul pensiero o sul comportamento

Per Roger Sperry, che allora era un neurobiologo e neuropsichiatria al California Institute of Technology, e Gazzaniga, graduate student del suo laboratorio, i pazienti dal cervello diviso offrivano un’opportunità senza pari per esplorare la lateralizzazione del cervello umano. A quei tempi, erano divise anche le opinioni sull’argomento. I ricercatori che avevano studiato i primi pazienti split brain negli anni quaranta avevano concluso che la separazione non influiva in modo osservabile sul pensiero o sul comportamento. (Gazzaniga e altri sospettano che queste prime resezioni fossero incomplete, cosa che potrebbe spiegare anche l’assenza di effetti positivi sugli attacchi epilettici). Di contro, gli studi condotti da Sperry e colleghi negli anni cinquanta mostravano forti alterazioni delle funzioni cerebrali negli animali cui era stata praticata la resezione del corpo calloso. Per Sperry e Gazzaniga questa discrepanza divenne un’ossessione, e i pazienti dal cervello diviso sembrarono loro un modo di cercare risposte.

Il loro primo paziente fu un uomo indicato come W.J., un ex-paracadutista della seconda guerra mondiale i cui attacchi epilettici erano cominciati dopo che un soldato tedesco lo aveva colpito alla testa con il calcio del fucile. Nel 1962, dopo l’operazione, Gazzaniga condusse un esperimento in cui chiedeva a da W.J. di premere un pulsante ogni volta che vedeva un’immagine. I ricercatori presentavano poi delle immagini brevissime di lettere dell’alfabeto, lampi di luce e altri stimoli o nella parte sinistra o nella parte destra del suo campo visivo. Dato che l’elaborazione del campo visivo sinistro avviene nell’emisfero destro, e viceversa, presentando brevissime immagini all’uno o all’altro dei due lati si trasmettono le informazioni solo all’emisfero voluto.

Michael Gazzaniga e gli esperimenti su W.J. (4'36", in inglese)

 

Con gli stimoli presentati all’emisfero sinistro, W.J. non mostrava nessuna stranezza; premeva semplicemente il pulsante e diceva agli scienziati quel che vedeva. Con l’emisfero destro, W.J. diceva di non vedere nulla, ma la sua mano sinistra premeva regolarmente il pulsante ogni volta che compariva un’immagine. «Né la destra né la sinistra sapevano quel che stava facendo l’altra parte», dice Gazzaniga. Fu una scoperta che sconvolse tutti i paradigmi, mostrando che il cervello è diviso più a fondo di quanto mai nessuno avesse previsto.

Di colpo, si scatenò la corsa ad approfondire il mondo delle funzioni lateralizzate. Ma trovare altri pazienti da studiare si rivelò difficile. Gazzaniga stima che i pazienti su cui è stata praticata la callosotomia siano almeno 100, e forse parecchi di più. Ma le persone candidate all’operazione tendono ad avere anche altri significativi problemi di sviluppo o cognitivi; quelli in cui il taglio è stato perfettamente preciso e che sono abbastanza sani, in termini neurologici, da poter essere utili ai ricercatori, sono in numero limitato. Per un certo tempo, Sperry, Gazzaniga e colleghi si chiesero se ci sarebbe stato mai qualcuno come W.J. Ma dopo aver preso contatto con molti neurochirurghi, preso accordi con centri di trattamento dell’epilessia e valutato molti potenziali pazienti, furono infine in grado di identificare qualche persona adatta in California, e poi un gruppo nella zona orientale degli Stati Uniti, di cui fa parte Vicki.

Prime scoperte
Gazzaniga può passare in rassegna i nomi dei suoi «pazienti dalla pazienza infinita» con la facilità di un nonno che recita orgogliosamente i nomi dei nipotini – W.J., A.A., R.Y., L.B., N.G. Per motivi di riservatezza, sono noti nella letteratura scientifica solo con le iniziali. (Vicki ha acconsentito a essere identificata in questo articolo, purché non fossero pubblicati il suo cognome e il suo luogo di residenza.)

Ricerche degli anni settanta su pazienti split brain (10'43", in inglese)

Nel maggio scorso, intervenendo al convegno annuale della Society of Neurological Surgeons, a Portland, Oregon, Gazzaniga ha mostrato spezzoni sgranati di un esperimento condotto nel 1976 con il paziente P.S., che al tempo aveva appena 13 o 14 anni. Gli scienziati volevano vedere come rispondeva alle parole scritte presentate solo al suo emisfero destro.

Nel video viene chiesto al ragazzo qual è la sua ragazza preferita, ma la parola «ragazza» si accende brevemente solo per il suo emisfero destro. Come previsto, il ragazzo non riesce a rispondere verbalmente. Si stringe nelle spalle e scuote la testa, indicando che non vede alcuna parola. Ma poi fa una risatina. È una di quelle risatine con cui le persone si tradiscono, la colonna sonora di quando ci si fa rossi in viso. Il suo emisfero destro il messaggio lo ha visto, ma quello verbale, il sinistro, ne rimane inconsapevole.

Poi, con la mano sinistra, lentamente, il ragazzo sceglie tre tessere dello Scarabeo dall’assortimento davanti a lui. E le allinea a formare L-I-Z; il nome, siamo certi di non sbagliare, della più carina della classe. «Questo ci ha detto che riusciva a comprendere il linguaggio verbale con l’emisfero destro», mi ha detto in seguito Gazzaniga. «È stato uno dei primi casi che confermavano che la capacità di linguaggio può anche essere bilaterale – era in grado di rispondere a delle domande mediante il linguaggio con tutti e due i lati.»

Le implicazioni di queste prime osservazioni, dice Miller, sono state «enormi». Mostravano infatti che «l’emisfero destro sta vivendo la sua propria esperienza dell’aspetto del mondo, che non può più esprimere se non attraverso i gesti e il controllo della mano sinistra». Qualche anno dopo i ricercatori scoprirono che anche Vicki aveva delle capacità verbali nell’emisfero destro. La callosotomia totale staccava sempre i collegamenti, ma agiva anche in modi assai diversi da una persona all’altra.

Un interprete nel cervello
Nel 1981, Sperry ottenne il premio Nobel per la medicina per le sue scoperte sul cervello diviso («Lo meritava», dice Gazzaniga.) Sperry è morto nel 1994, ma a quel punto la guida del gruppo era passata a Gazzaniga. Il nuovo secolo vide impegnati lui e gli altri studiosi del cervello diviso su un altro mistero: malgrado gli spettacolari effetti della callosotomia, W.J. e i successivi pazienti non hanno mai riferito di sentirsi men che interi. Come ha scritto più volte Gazzaniga: gli emisferi non sentono l’uno la mancanza dell’altro.

Gazzaniga ha sviluppato quella che chiama "teoria dell’interprete" per spiegare come mai le persone – compresi i pazienti split brain – hanno un senso unitario del sé e della vita mentale. L’ha elaborata a partire da compiti in cui si chiedeva a un paziente dal cervello diviso di spiegare a parole, il che richiede l’emisfero sinistro, un’azione che era stata richiesta ed eseguita unicamente da quello destro. «L’emisfero sinistro inventava una risposta a posteriori che fosse adatta alla situazione.» In uno dei suoi esempi preferiti, accendeva brevemente la parola «sorriso» per l’emisfero destro di un paziente, e la parola «faccia» per il sinistro, per poi chiedere al paziente di disegnare ciò che aveva visto. «La sua mano destra disegnò una faccia sorridente», ricorda Gazzaniga. «“Perché l’hai fatta così?” ho chiesto. E lui: “Cosa vuole, una faccia triste? A chi piacciono le facce tristi?”» L’interprete del cervello sinistro, dice Gazzaniga, è quello che tutti usano per cercare di spiegarsi ciò che accade, filtrare l’assalto delle informazioni in entrata e costruire narrazioni che aiutano a dar senso al mondo.

Gli studi sui cervelli divisi costituiscono «un patrimonio di studi incredibile», commenta Robert Breeze, neurochirurgo dell’Ospedale dell’Università del Colorado ad Aurora, dopo aver seguito la lezione di Gazzaniga l’anno scorso. Ma, come per molti altri esperti del campo, a suo avviso la ricerca sui cervelli divisi è ormai superata. «Oggi abbiamo tecnologie che ci consentono di vedere queste cose» – strumenti di visualizzazione come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), che mostrano i siti delle funzioni cerebrali in grande dettaglio. Miller però dissente. «I pazienti di questo tipo possono dirci cose che la fMRI non potrà dirci mai», dichiara.

Connessioni profonde
Altri ricercatori stanno studiando il ruolo delle comunicazioni sub-corticali nel coordinamento dei movimenti delle due mani. I pazienti con dal cervello diviso non hanno grandi difficoltà nell’eseguire compiti che richiedono due mani. Nel 2000, un gruppo diretto da Liz Franz all’Università di Otago, in Nuova Zelanda, ha chiesto a dei pazienti dal cervello diviso di eseguire dei compiti che richiedono due mani, alcuni a loro familiari e altri nuovi. Hanno trovato che un paziente, esperto pescatore, riusciva a mimare l’atto di legare la lenza ma non quello, poco familiare, di infilare il filo nella cruna di un ago. La Franz ha concluso che le abilità «bimanuali» praticate a lungo sono coordinate a livello subcorticale, e quindi le persone dal cervello diviso sono in grado di coordinare senza intralci le due mani.

Miller e Gazzaniga hanno anche cominciato a indagare il ruolo dell’emisfero destro nel ragionamento morale. Si tratta di una di quelle funzioni di alto livello di cui l’emisfero sinistro era considerato il monarca assoluto. Negli ultimi anni, però, le indagini di visualizzazione dell’attività cerebrale hanno mostrato che l’emisfero destro è profondamente coinvolto nel trattamento delle emozioni, intenzioni e credenze degli altri – cioè in quella che molti scienziati hanno preso a chiamare «teoria della mente». Per Miller, questo campo di ricerca illustra perfettamente il valore degli studi sui cervelli divisi, perché gli strumenti di visualizzazione, da soli, non arrivano a darci le risposte.

Un'etica a metà
In un lavoro iniziato nel 2009, i ricercatori hanno presentato a due pazienti dal cervello diviso una serie di storie, in ciascuna delle quali si parlava di danni provocati accidentalmente o intenzionalmente. L’obiettivo era capire se, secondo quei pazienti, una persona che intende avvelenare il suo capo, ma non ci riesce perché scambia lo zucchero per veleno per topi, è o no allo stesso livello morale di uno che uccide accidentalmente il suo capo avendo scambiato il veleno per topi per topo. (La maggior parte della gente conclude che il primo è moralmente più reprensibile.) I ricercatori leggevano le storie ad alta voce, il che vuol dire che a riceverle era l’emisfero sinistro, e chiedevano risposte verbali, in modo che fosse ancora l’emisfero sinistro, guidato dal meccanismo interprete, a elaborare ed esprimere la risposta.

Riuscivano i pazienti split brain a dare il convenzionale giudizio morale usando solo questo lato del cervello? No. Secondo il loro ragionamento, i due scenari erano moralmente equivalenti. Il risultato fa pensare che per questo tipo di ragionamenti siano necessari tutti e due i lati della corteccia.

Questo però presenta un altro enigma, perché amici e parenti dei pazienti dal cervello diviso non notano in loro modi di ragionare insoliti o insufficienze nella teoria della mente. Il gruppo di Miller suppone che nella vita quotidiana altri meccanismi di ragionamento potrebbero compensare gli effetti della sconnessione che si evidenziano in laboratorio. E ha in programma di verificare l’idea.

Michael Gazzaniga nel suo laboratorio. Il neuroscienziato ha lavorato per mezzo secolo con i pazienti split brain © Rick Friedman/Corbis

Mentre si assottigliano le opportunità di far ricerca sui cervelli divisi, Gazzaniga è occupatissimo a cercare di convertire in formato digitale l’archivio delle registrazioni delle prove condotte con i membri di questo gruppo, alcune delle quali risalgono a più di 50 anni fa. «Vedevamo un sacco di cose stupefacenti, e anche altri dovrebbero averne la possibilità grazie a questi video.» Forse, aggiunge, altri ricercatori potranno addirittura scoprire qualcosa di nuovo.

Altri pazienti dal cervello diviso potrebbero rendersi disponibili – ce n’è un piccolo gruppo in Italia, per esempio; ma con la concorrenza delle ricerche basate su tecniche di visualizzazione e tante delle maggiori scoperte ormai alle sue spalle, Gazzaniga ammette che i giorni di gloria di questo campo di indagine sono probabilmente al tramonto. «In termini di pazienti sottoposti alle prove, sta finendo.» Però aggiunge: «Faccio fatica a dire che è finita».

E forse non lo è – fino a che ci sono scienziati che si spingono ad affrontare nuove domande sulle funzioni lateralizzate del cervello, la sua connettività e le sue comunicazioni, e fino a quando Vicki e i suoi compagni saranno in giro e disposti a partecipare alla scienza. In realtà, in tutti quest anni, dice Vicki, il suo coinvolgimento non è mai stato una cosa che faceva per sé. «Si è sempre trattato di ottenere informazioni che potessero aiutare gli altri.»

---------------------------------------
DAVID WOLMAN è uno scrittore e giornalista freelance di Portland, Oregon. Ha pubblicato di recente il suo terzo libro, intitolato The End of Money, Counterfeiters, Preachers, Techies, Dreamers--and the Coming Cashless Society.

http://www.astronavepegasus.it/pegasus/index.php/scienza-e-conoscenza/802-storia-di-due-meta-i-pazienti-split-brain#.VBDH3Mt02po

Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
18 agosto 2014 1 18 /08 /agosto /2014 22:04

 

 

Lao-Tze
Fonte: Riflessioni.it
"Mai come oggi la mente è assetata di sapienza; di tutti i piaceri da gustare, di tutti i bisogni e i desideri da colmare, la sapienza è il più sottile, la quintessenza del possesso, anche se la sua distanza da ciò che s’intende ordinariamente per “proprietà” è la massima immaginabile. Infatti non è una cosa concreta e palpabile, non è un’idea astratta né alcuno dei sentimenti, delle passioni che ingombrano il cuore, non è una dottrina, una religione, una filosofia della vita o della morte, non è un’arte della conquista e della rinuncia, benché sembri tale, non corrisponde ad azioni da compiere, non produce fatti misurabili, nemmeno è un sistema di memoria, un teorema o un procedimento di logica. Interpellata come un concetto non reagisce alla deduzione, all’analisi alla sentesi. Valutata come ipotesi, rimane inalterata; respinta come irreale rimane dov’è inesorabile e inviolata.
La sapienza non ha storia, benché con qualche sforzo si possa tracciare la parabola del suo sorgere e tramontare in certe culture, a loro dispetto. E’ odiata come poche altre verità della vicenda umana perché è fatta per sconvolgere gli equilibri della ragione e gli interessi del potere. Non è stata mai veramente desiderata anche dai pochi che dichiarano di amarla, perché si preferisce tenerla sulla striscia dell’orizzonte, a portata di sguardo non di mano, certi che essa ne sarebbe bruciata. Si trae sollievo pensandola antica, addirittura ancestrale: madre di archetipi, affabulatrice di miti, levatrice perpetua di simboli, sogguardati con astio da chi teme di venirne ghermito. La sapienza, dicevamo, non ha storia…. E il sapiente?"

(dalla prefazione di Grazia Marchianò al libro: “Io sono quello” - I dialoghi con un sapiente di villaggio - Edizione Rizzoli)

Lao Tse, il Vecchio Maestro.

Lao Tse, (604? - 531? a.C), da qui in poi nominato come Laozi, significa vecchio (lao) maestro (zi), o anche “vecchio bambino”, quindi, in accordo con lo spirito taoista, una denominazione che può indicare tutti o nessuno, o più semplicemente può indicare la “sapienza” che giace, più o meno addormentata, nel cuore di tutti gli uomini. La tradizione vuole che questo appellativo fu dato ad un maestro in ossa e carne che visse ai tempi di K'ung Fu-tzu, cioè di Confucio, (551 – 479 a.C) e che è considerato l’autore del Tao Te Ching, (Classico della Via e della Virtù, (1) nonché uno dei padri del taoismo.

Sono nate così, attorno al suo nome, una serie di leggende soprattutto postume, che, oggi come oggi, portano inevitabilmente coloro che ne parlando a concludere con una uguale frase un po’ nichilista e cioè: “Ma l’esistenza di questo maestro è probabilmente leggendaria”.

Il compito che mi sono preposto, con questa ricerca era un po’ quello di indagare il mito di Laozi, per capire, almeno intuitivamente, quanto di questo maestro fosse leggenda, quanto fosse verosimile ma non suffragato da valide prove storiche, e quanto potesse essere asserito come vero, senza la paura di fare un torto alla purezza della storia. Per affrontare meglio l’indagine ho voluto separare il “fenomeno Laozi”, nelle tre affermazioni che compongono il suo mito e cioè:

1) Che esistette, realmente, ai tempi di Confucio un maestro, Taoista, chiamato Laozi di statura tale da essere ricordato nei secoli a venire.
2) Che Laozi fu l’autore del testo Tao Te Ching (1).
3) Che fu il fondatore del Taoismo.

Esistette realmente una grande maestro taoista di nome Laozi?

Le fonti principali sull’esistenza di questo maestro, cioè Laozi, sono in due testi. Il primo è lo Zhuangzi che è un testo taoista scritto dall’omonimo maestro, (369? e il 286? a.C.), formato da 33 capitoli dei quali si pensa che solo i primi 7 siano attribuibili a maestro Zhuang, mentre gli altri sarebbero frutto di aggiunte posteriori.

Il secondo è l’opera dello storico Sima Qian o Ssu-ma Ch'ien (145 - 86 a.C.), considerato l’Erodoto o il Tucidide cinese, che, nelle sue “Memorie Storiche” (Shiji), lasciò una biografia di Laozi, come autore del Tao Te Ching. I suoi resoconti ricchi di tavole cronologiche, saggi, biografie di personaggi illustri, sono diventati un modello per la storiografia successiva.

E’ bene sottolineare subito che il primo testo è un testo taoista, mentre il testo di Sima Qian è storico. Per capire bene la differenza, possiamo fare un’analogia con Gesù e vedere lo Zhuangzi come i Vangeli e Sima Qian come Giuseppe Flavio. I Vangeli non possono essere ritenuti testi storici e se fosse solo per quelli, oggi potremmo dubitare dell’esistenza storica di Gesù stesso. D’altro canto, se tutto quello che fosse giunto a noi di Gesù fossero state le annotazioni storiche di Giuseppe Flavio, (o i pochi altri cenni storici esistenti), Gesù non avrebbe interessato nessuno, perché le notizie storiche che parlano di lui sono ben scarse. Tuttavia le due cose messe assieme si confermano l’un l’altra e questo è un po’ quello che succede con Sima Qian e lo Zhuangzi. Quindi, nelle riflessioni successive terremo il testo storico come linea guida.

Cosa dice Sima Qian di Laozi?

Al capitolo 63 delle “memorie storiche”, Sima Qian scrive: “Laozi era un uomo del villaggio di Quren, nel distretto di Lai, nello Stato di Chu. Il suo cognome era Li, il suo nome personale era Er, il suo appellativo (zi) Dan. Era uno storiografo (shi) responsabile degli archivi degli Zhou”.

Questa descrizione sembra sia attribuibile ad uno storiografo chiamato Lao Dan o Lao Tan o Taishi Dan, vissuto nel 374 a.C circa. Più avanti Sima Qian, però, pone questo dubbio: “Ci fu uno storico chiamato Tan che avvisò il duca di Qin dicendogli che i ducati di Qin e di Zhou si sarebbero fusi in un nuovo grande impero. Alcuni dicono che Tan era Laozi, altri dicono di no. Nessuno ai nostri tempi sa quale sia la verità!”. (Traduzione dal cinese di A.C Graham)

L’evento predetto da Lao Tan, si verificò circa 150 anni dopo la predizione, quando la dinastia dei Qin (221-206 a.C), mise fine al periodo così detto dei “Regni Combattenti” (480-222 a.C. circa), ed unificò l’impero. Sima Qian, per altro, ci lascia con la sua ammissione: - Nessuno ai nostri tempi sa quale sia la verità! – che, se da una parte salva la sua reputazione di storico attendibile, dall’altra ci fa capire che questa identificazione con lo storico Lao Dan non è affatto sicura.

La questione dell’identità di Laozi, comunque è così controversa che lo stesso Sima Qain dirà, sconsolato, alla fine della sua biografia: «Di Laozi si può assicurare soltanto che, avendo amato l'oscurità più di ogni altra cosa, deliberatamente cancellò ogni traccia della sua vita».

Questa simpatica ammissione dello storico, che, con queste parole, esprime la sua frustrazione nel ricostruire una biografia di un qualcuno che è già leggenda, ma del quale non si riesce a trovare nulla di certo, invece che negare, afferma. E poi, ad una più attenta lettura, questa aura sfuggente, colloca Laozi nell’ambito dei sapienti; è infatti tipico di questi maestri quello di passare inosservati, o di nascondersi o di essere sfuggenti ed occultati. A tale proposito ricordo due esempi di saggi ed illuminati moderni di specchiata fama, entrambi appartenenti alla tradizione indiana, che, a discapito del loro carisma, mostrano questo propensione ad uno stato di quasi invisibilità. Il primo è Nisargadatta Maharaji, che nel libro “Io sono quello” afferma, di se stesso: - In quanto a me, non agisco e non faccio agire…... Come un uccello in cielo non lascio traccia. – Il secondo è U.G. Krishanamurti che nel libro: “La mente è un mito” dice: - Non sono attento solo a cancellare quello che gli altri maestri hanno detto, cosa fin troppo facile, ma sono attento a cancellare anche le mie stesse parole”.

A sfavore della tesi che Laozi fosse lo storico Lao Dan, vissuto attorno alla metà del terzo secolo, ci sono le affermazione che Laozi incontrò Confucio, (551-479 a.C.). Questa affermazione, data per certa dalle scuole Confuciane, la fa Sima Qian, ma è anche contenuta nello Zhaungzi. Infatti in ben 9 passaggi dell’opera di maestro Zhuang, Confucio ha la parte dell’interlocutore di Laozi ed in 3 dei 9, Laozi si rivolge a Confucio col suo nome personale “Ch’iu” che è un segno di grande confidenza, ma anche di superiorità, e tende a dare l’impressione che Confucio fosse uno dei discepoli di Laozi.

L’incontro con Confucio, poi, è riportato anche in diversi testi dei “Regni Combattenti”.

Ne risulta che, per la differenza temporale, se Laozi incontrò Confucio non poteva essere lo storico Lao Dan, viceversa se Laozi era quello storico non poteva avere incontrato Confucio. E delle due affermazioni la prima, cioè che Laozi incontrò Confucio, sembra essere quella più e meglio documentata.

E’ bene sottolineare anche che, dai tempi di Confucio a quando Sima Qian scrisse le sue memorie storiche, le condizioni sociali e politiche del paese erano profondamente cambiate, ma soprattutto vi fu in mezzo la formazione dell’impero sotto la dinastia Qin, (quello predetta da Lao Dan), che, seppur breve, apportò nel paese grandi modifiche (2). L’imperatore Shihuang, esercitò una persecuzione verso il taoismo, il confucianesimo e tutte quelle scuole che sembravano in odore di restaurazione, persecuzione che culminò con la strage di 400 studiosi confuciani, seppelliti vivi a Xianyang e con il famoso “incendio dei libri” nel 213 a.C. Tuttavia questa dinastia durò poco più di un decennio e la successiva la dinastia Han fu benevola verso le scuole diverse e soprattutto la scuola confuciana, fu riconosciuta nel 141 a.C. da Wudi come principale scuola dello stato.

Le fonti confuciane, d’altro canto, sembrano non avere dubbi sull’incontro tra i due maestri. La visita di Confucio a Laozi è registrata come un evento estremamente autorevole per i confuciani, al punto da essere riportata nel “libro dei Riti” (Liji o Li Chi). Del viaggio di Confucio a Luoyang e della sua visita al palazzo reale, ne abbiamo prova anche dalla descrizione che Confucio fa di esso nel “Libro delle Odi” (Shijing o Shih-ching) nel quale, il maestro, descrive minuziosamente anche l’interno del palazzo: “Attraverso una delle porte si arriva a un cortile in cui si trovano le nove urne dinastiche e che immette in un salone nel quale si tengono le udienze solenni. Vi sono nove strade che conducono all’interno, longitudinali all’asse del palazzo e nove trasversali. Po si passa da un’altra porta che da ancora su un altro cortile da cui si rientra in un salone delle udienze. E’ soltanto dopo avere varcato la terza porta che si è ammessi agli appartamenti reali e al gran parco”.

L’incontro tra due grandi maestri.

Sima Qian riporta due brevi dialoghi del colloquio tra Confucio e Laozi. Il primo sono le parole che Laozi diresse a Confucio: “Un buon mercante nasconde accuratamente la propria mercanzia e agisce come se non avesse niente; il saggio colmo di virtù, ama tanto più presentarsi come un uomo semplice, sprovveduto e corto d’intelletto. Abbandona dunque quel tono arrogante, i tuoi desideri insaziabili e le tue ambizioni eccessive: non ti sono di alcun vantaggio.”

C’è molto taoismo in questa frase, tanto nella rudezza dei modi apparentemente sbrigativi, quanto nel contenuto che incita a lasciare ambizione e saggezza, per presentarsi al mondo in modo semplice e naturale, nascondendo quasi le proprie qualità. Ci piace pensare che, dietro alla burbera apparenza, ostentata per non gratificare l’orgoglio dell’interlocutore, il vecchio saggio Laozi, mentre parlava al giovane Confucio, guardasse lontano, con gli occhi pieni di illuminata compassione e la consapevolezza che, il ragazzo che gli stava davanti, avrebbe avuto un posto così alto nella storia da essere definito “re senza trono”.

Il secondo è l’impressione che Confucio comunicò ai suoi discepoli in merito al suo incontro con Laozi: “Io so che gli uccelli volano, i pesci nuotano, le bestie camminano sulla terra. Gli animali si possono prendere alla tagliola, i pesci nelle reti, gli uccelli con le frecce. Quanto al “dragone” non ne so niente, so solo che sale al cielo portato dalle nuvole e dal vento. Oggi ho visto Lao Tse: egli è come il dragone”.

L’aneddoto contiene riferimenti al dragone che ai nostri giorni non ci sono particolarmente chiari, al punto che si dubita se le parole di Confucio fossero di ammirazione o altro. Ma il dragone per i cinesi è una forza protettrice e buona, e nelle misurate parole del maestro di Lu, si intuisce il prudente silenzio di chi è venuto in contatto con l’”indecifrabile”, infatti non esistono bilance per pesare la saggezza, ne metri per misurarla. Quel – Quanto al dragone non ne so niente – è il tributo più bello che Confucio poteva dare ad un vero maestro.

Si dice che Sima Qian abbia fatto derivare questi suoi aneddoti dallo Zhuangzi, dove, al capitolo 14 l’autore riporta l’impressione che Confucio avrebbe espresso del suo incontro con Laozi con queste parole: “Posso dire di avere visto un drago che si scuote per mostrare al meglio il suo corpo, che si tende per evidenziare la sua forma, mentre cavalca le nuvole alimentandosi di Yin e Yang. Rimasi a bocca aperta, con la lingua a penzoloni senza riuscire neppure a balbettare. Come posso dire cosa penso di lui?”

Si può notare come, benché la descrizione riguardi lo stesso episodio, cioè l’impressione che Confucio avrebbe derivato da Laozi, le apparenti analogie: (paragone di Laozi col drago, e il rifiuto di Confucio di esprimere un giudizio), non bastano a suffragare l’idea sostenuta da alcuni studiosi che i due resoconti siano presi l'uno dall'altro; emerge invece chiara l’idea che maestro Zhuang e Sima Qian, abbiano dato diverse interpretazioni di un uguale fatto rilevato da terzi ..... e questi terzi potevano essere gli appartenenti della scuola confuciana.

La mia impressione è che Confucio, nella sua ansia di conoscenza, visitò un “vecchio maestro” taoista della Cina antica, a lui contemporaneo ed evidentemente già leggendario in vita, visto l’ansia dei discepoli nel volere sapere quali erano state le impressioni del loro maestro in merito a quell’incontro. Nulla osta che l’incontro sia avvenuto ai tempi del viaggio di Confucio a Luoyang capitale del ducato di Zhou e che, quel maestro taoista, fosse stato l’archivista di allora della biblioteca imperiale, che però, per i motivi visti, non può essere lo stesso Lao Dan a cui è attribuita la profezia al duca di Qin.

Rimane l’osservazione fatta da alcuni che un maestro sapienziale ci sta scomodo nei panni di un archivista per di più di alto rango, perché, occorre comprendere che, un letterato che lavorasse nella biblioteca imperiale a quei tempi non è l’impiegato di adesso, ma era un funzionario di una certa levatura. Questa obbiezione mi trova sommariamente d’accordo, anche io sono abituato a vedere il maestro sapienziale in posizioni non di rilievo, (un po’ nascosto come si diceva all’inizio), e libero dai vincoli del lavoro, in modo da poter coltivare la “trasmissione di sapienza” che poi è tutto quello che interessa questi maestri. Tuttavia non conosciamo la realtà della Cina antica, e potrebbe essere che, quel compito, cioè “la trasmissione di sapienza”, in quei tempi, venisse meglio assolto in una biblioteca imperiale che non in altri posti.

I miti e le leggende nati successivamente anche per le “rivalità” tra la scuola confuciana e quella taoista, o a seguito dell’afflusso del buddismo in Cina, invece che chiarire complicano, esattamente come cercare dati storici della vita di Gesù, attraverso le elaborazioni dei testi canonici o apocrifi avvenute successivamente, non fa che creare ombre sulla storia.

Tuttavia vista la rilevanza e la frequenza delle testimonianze storiche e non che si intersecano e si confermano vicendevolmente attorno ad una grande maestro taoista contemporaneo di Confucio, direi che si può convenire, con un buon grado di serenità, che Laozi esistette realmente e non fu solo un mito nato in seno al taoismo o al confucianesimo.

Fù Laozi l’autore del Tao Te Ching?

La tradizione ci fornisce una visione leggendaria del momento della scrittura del Tao Te Ching. Secondo questa “leggenda” Laozi, archivista imperiale nella biblioteca di Zhou, disgustato dal malcostume dei tempi decise di allontanarsi dalla società in cerca di tranquillità. Partì quindi col suo bufalo e arrivò ai confini del mondo, (la frontiera col Tibet), dove venne fermato dalla guardia del valico. Il guardiano lo riconobbe e minacciò di trattenerlo se, non avesse lasciato un segno tangibile della sua saggezza. Laozi scrisse così, in pochi giorni, i 5000 e più ideogrammi che compongono il Tao Te Ching. Finito di scrivere Laozi andò via e di lui non si seppe più niente.

A favore di questa tesi è l’identificazione della guardia di confine, che ricevette il testo da Laozi nella persona di Guan Yin, o Yin Xi, che divenne a sua volta un famoso maestro, del quale esistono riferimenti sporadici nel Zhuangzi (il secondo testo taoista per importanza) e nel Lüshi Chunqiu (annali del periodo “Primavera e Autunno”) e nel Liezi, (terzo testo taoista per importanza). A lui è attribuito il testo Guanyinzi, menzionato nello Hanshu, (testo antico della dinastia Han 206 a.C.), ma di cui si è perso traccia. Il passo montano dove sarebbe avvenuto l’incontro è il passo di Louguan, nella Contea Zhouzhi, nella provincia dello Shaanxi.

Tuttavia, se è credibile che Laozi abbia dato forma scritta ad una tradizione orale che gli preesisteva, ci riesce difficile credere che sia successo nel modo descritto nella leggenda, non fosse altro che per il fatto che, in un luogo di frontiera ai confini del mondo, non esistevano certo i mezzi di oggi e scrivere 5000 ideogrammi cinesi, in pochi giorni, su strisce di bambù o di sottile seta. Mancano in ogni caso prove storiche sostanziali di questo avvenimento ed è quindi difficile attribuirgli quella credibilità che si da normalmente agli eventi documentati oltre che dalla tradizione orale, anche da prove accreditate.

Per altro, scoperete recenti, hanno portato alla luce trascrizioni diverse del Tao Te Ching. In particolare nel 1993 a Guodian nella provincia di Hubei in Cina, è stata scoperta una tomba nella quale è stato rivenuto un testo del “Tao Te Ching”, leggermente differente da quello attribuito a Laozi, scritto su tavolette di bambù. Particolari della tomba hanno portato gli studiosi a datarla attorno al 350-300 a.C. Una precedente scoperta del 1973 a Mawangdui vicino a Changsha, nella provincia di Hunan, ha portato alla luce un'altra versione, (incompleta), del Tao Te Ching databile attorno al 200 a.C. e redatta su liste di seta.

A fronte dei fatti elencati sembra impossibile stabilire chi fu l’autore del Tao Te Ching. Attribuirlo a Laozi, sembra essere stata una forzatura dettata dal fatto che la tradizione prevedeva che ogni grande maestro fosse autore di un testo autorevole. Ma se questo era importante per la tradizione ai tempi di Sima Qian, lo è meno per noi.

Laozi fu il fondatore del Taoismo?

Per rispondere a questo terzo ed ultimo punto in modo sensato occorre fare un po’ di considerazioni. I concetti e le intuizioni che formano la “sapienza”, come tutte le manifestazioni della conoscenza, non appartengono a nessuno e non sono stati fondati da nessuno in particolare. I concetti del Tao radicano nell’anima dell’uomo stesso fin dai suoi albori. Il Tao in Cina, come la Maat in Egitto, come l’Asha o A_a nell’Avesta, come R’ta o Dharma in India, appartengono all’intelligenza naturale dell’uomo e per loro stessa natura, non hanno bisogno di un codificatore.

Per capire meglio conviene forse fare una panoramica sulla religiosità del popolo cinese antico che, come tutte le civiltà dedite all’agricoltura, era fortemente legata ai fenomeni naturali. I nostri antenati erano giustamente meravigliati davanti alle bellezze del creato. Il ricorrere delle stagioni, il rigoglio delle messi, lo scrosciare delle cascate, il scintillante scorrere dei ruscelli, riempivano il cuore e la mente dei nostri avi di reverenziale stupore, di fronte al quale era difficile non chiedersi, quale potere avesse creato tutto ciò?

Per i cinesi l’essere creatore era lo Shang-ti, che era la rappresentazione antropomorfica di T’ien o il Cielo. Gli attributi antropomorfici di Shang-ti lo fanno un essere dotato delle nostre stesse passioni: letizia, gioia, dolore e collera, a cui si possono collegare le quattro stagioni dell’anno, la primavera col risvegliarsi della vita, l’estate con l’esplosione delle messi, l’autunno col doloroso assopirsi della vegetazione, l’inverno che col funereo manto di gelo che sembra coprire ogni cosa. Il Cielo è anche colui che conferisce la sovranità dell’impero, all’imperatore che è appunto chiamato “figlio del cielo”. Questo conferimento però può essere ritirato, se e quando, il beneficiario se ne mostra indegno. Il cielo, la terra e l’uomo costituiscono le tre componenti dell’universo e, ciò che mantiene l’ordine nella società umana, è: - la regola del mondo -

Il “libro dei riti” (Li Chi) dice: “E’ la forza della morale che fa in modo che il cielo e la terra agiscano di conserva , che le quattro stagioni siano in armonia, che il sole e la luna brillino, che le stelle e gli altri astri seguano il loro corso, che l’acqua scorra, che le cose umane prosperino, che il Bene sia separato dal male, che la serenità e la collera trovino la loro giusta espressione, che gli inferiori ubbidiscano, che i superiori siano illuminati, che tutto nonostante il suo mutare non abbia a cadere nel caos.”

Fu in questo senso di grande rispetto dell’imprinting naturale conservato nel cuore dell’uomo e delle leggi ad esso collegate, che si era sviluppata, fino dai primi albori, la religiosità cinese. Come ogni religione non istituzionalizzata essa racchiudeva in se stessa ogni aspetto, dell’umana aspirazione al divino, dai riti superstiziosi intrisi di magismo, fino alle più alte vette sapienziali, che per il popolo cinese, libero dall’ingombro di divinità pressanti e terree, rimaneva un qualche cosa di intuibile ed intimamente vicino.

Nel periodo storico, così detto di “Primavera e Autunno” (722-481 a.C.), quello in cui vissero Confucio e Laozi, non doveva essere molto diverso. Il timore reverenziale verso la bellezza del creato aveva già suggerito riti e codici morali che si esprimevano nel rispetto degli anziani e delle tradizioni.

Laozi una realtà che non poteva non esistere.

Per comprendere il “perché” di Laozi, bisogna anche capire, almeno a grandi linee, Confucio ed il suo pensiero, tenendo al contempo presente lo spirito religioso della Cina antica. Confucio vede il disfacimento morale del regno di Zhou al tempo di “Primavera e Autunno” e cerca di preservare quei grani di saggezza tramandati dagli antichi. Nelle scorrerie disordinate delle famiglie nobili del tempo, che guerreggiavano incessantemente tra loro, egli cerca di individuare un’insieme di regole e di principi, che guidassero gli uomini e soprattutto i sovrani, verso una retta azione, perché secondo lui l’esempio che veniva dall’alto dirigeva lo svolgersi delle società. Riporto qui alcuni detti di Confucio sul governo per capire la straordinaria potenza di questo maestro e filosofo. Si ricordi che siamo nel 500 a.C.

Chi K’ang-tzu chiese al Maestro sull’arte di governare.
Il Maestro disse: “Governare è raddrizzare. Se tu guidi lungo la dritta via, chi oserà seguire quella storta”.

Tzu-Kung chiese del governo.
Il maestro disse: “Cibo sufficiente, armi sufficienti e la fiducia del popolo”.

Tzu-Kung disse: “Supponiamo di non avere scelta e di dovere fare a meno di una di queste cose, quali lasceresti da parte?”
Il Maestro disse: “le armi”.

Tzu-Kung disse: “Supponiamo di dover fare a meno di una delle altre due, quale lasceresti da parte?”
Il Maestro rispose: “Il cibo. Perché da secoli la morte è stata il destino di tutti gli uomini, ma un popolo che non ha più fiducia nei suoi governanti è veramente perduto”.

Il Duca Ting chiese: “c’è una frase sufficiente a salvare un paese?”
Il Maestro rispose: “Nessuna frase potrebbe essere mai tale. Ma ce n’è una che si avvicina. Tra gli uomini c’è un detto – E’ duro essere principe e non è facile essere ministro – Un governante che veramente capisca che è duro essere principe sarebbe abbastanza vicino a salvare il suo paese con una sola frase.

Il Duca Ting disse: “C’è una frase che potrebbe rovinare un paese?”
Il Maestro disse: “Nessuna frase potrebbe essere tale. Ma ce n’è una che si avvicina. C’è un detto tra gli uomini: - Che gusto c’è ad essere principe a meno che uno possa dire quello che vuole e nessuno abbia il coraggio di dissentire? - Se quello che egli dice è giusto è giusto anche che egli non sia contraddetto. Ma se quello che dice è sbagliato, non si avvicinerà molto a rovinare il suo paese con una sola frase.

Lo studio delle tradizioni e della sapienza degli avi, era per Confucio la fonte della retta conoscenza e, quelle informazioni insegnavano la devozione per l’imperatore, che era figlio del cielo, assieme al rispetto degli antenati e delle tradizioni e rituali antichi.

Per inciso, notiamo come la devozione verso gli antenati e le tradizioni, fu un dato comune nelle culture antiche. Nella Bhagavad-gita, un Arjuna sconsolato, vedendo sul campo di battaglia le schiere dei nemici formate dai cugini, dai parenti e dai vecchi precettori, chiede all’amico Krishna, trasformatosi per l’occasione nel suo auriga, se quella battaglia non sia empia: Dice Arjuna nei versi 37-43 del poema:
La distruzione di una famiglia comporta il crollo delle tradizioni eterne ed i suoi ultimi rappresentanti sprofondano allora nell’irreligione. Quando l'empietà o Krsna, regna in una famiglia, le donne si corrompono e dalla loro degradazione, o discendente di Vrsni, nasce una prole indesiderabile. Con l'aumento di questa prole indesiderata si crea una vita d'inferno per la famiglia e per quelli che hanno distrutto le tradizioni familiari. Gli antenati sono dimenticati e non vengono più offerte loro le oblazioni di acqua e di cibo. Quelli che, con i loro atti irresponsabili, rompono la tradizione della stirpe, provocano l’abbandono di quei principi grazie ai quali la prosperità e l’armonia regnano in seno alla famiglia e alla nazione. O Krsna, sostegno del popolo, so da fonte autorizzata che coloro che distruggono le tradizioni familiari vivono per sempre all'inferno.

Uguale amore e rispetto delle tradizioni pervade la Cina antica ed al suo fascino non doveva essere insensibile neppure la sapienza, pur se l’indomita libertà e creatività di quest’ultima, la portano oltre ogni umana definizione.

Confucio dunque creò, nell’ambito della cultura cinese, una nuova scuola fatta con pensieri e valori che si specializzavano rispetto al passato. Il suo pensiero, pur essendo intriso di formalismo, (tipica è la sua mania del rituale), è molto pragmatico e tende soprattutto ad indicare come vivere bene la vita quotidiana. In un certo senso racchiude in se gli aspetti socratici ed aristotelici dell’antica Grecia. Socratici perché fondamentalmente Confucio indica una via che sia sempre illuminata dalla luce della ragione e dell’intelletto. Aristotelici perché, sembra mostrare, la stessa ansia di Aristotele, nel voler dare il giusto nome a tutte le cose.

Egli non formula idee innovatrici sulla società e sul governo degli uomini ne elabora teorie rivoluzionarie. Lui stesso dirà di sé: “Io non creo nulla di nuovo, mi limito a studiare le opere degli avi. Ho fede in loro e li venero” e ancora: “come in uno specchio leggo nel passato la ragione del presente”.

Confucio sigla un grande passo evolutivo del pensiero cinese che, guarda caso, avvenne proprio in concomitanza con analoghe mutazioni nella coscienza umana, presenti in altre aree del globo. Fù più o meno nello stesso periodo che in India Siddarta Gautama Sakyamuni (563 ca-486) spargeva i semi del buddismo e per opera di Mahavira (599-527 a.C.) nasceva il Jainismo. In Grecia i presocratici come Eraclito (540–480-circa a.C), Senofane (565-470 a.C.), Pitagora (571–497), Talete (585 a.C.), cercavano il “principio eterno” ed in Persia Zoroastro scriveva la Zend Avesta.

Il confucianesimo ed il taoismo apparentemente in lotta tra loro perché il formalismo del primo, già dai tempi di Laozi, urtava profondamente le aspirazioni naturali del secondo, a tutti gli effetti, si sono evidenziati come i due assi cartesiani perfetti attorno ai quali si è sviluppato nei millenni successivi, tutto il pensiero e la cultura cinese.

Ma… e con questo “ma” torniamo al nocciolo del nostro problema ed alle nostre domande, se Confucio specializzava alcuni pensieri e valori dell’antica Cina che ne era del bagaglio di conoscenze precedenti? Cioè quella parte meno formale, ma più libera e naturale, quella sapienza che non è pensiero ma percezione diretta della realtà, quel sentire intuitivo nel cuore dell’uomo, che fine facevano?

Possiamo facilmente concludere che quello che non diventò confucianesimo diventò taoismo, e quel “vecchio maestro”, chiamato Laozi, ne divenne l’effige o l’emblema, che portò avanti, assieme al maestro di Lu, il grande bagaglio di conoscenze cinesi. In questo senso Laozi può veramente essere ritenuto uno dei “padri del taoismo”, almeno di quello post-confuciano.

Ora chi mi ha seguito fino a qui, quando leggerà di Laozi e si troverà davanti questa frase: “ma l’esistenza di questo maestro è probabilmente leggendaria” avrà un bel po’ in più di informazioni per valutare da solo se l’affermazione è vera o falsa. Dal canto mio direi che Laozi sarà anche una leggenda, ma piuttosto insolita come leggenda, visto i cospicui effetti che lasciò nel mondo.

Note
(1) Tao Te Ching (Daodejing) detto anche Laozi, (dal nome dell’autore), il cui titolo significa (classico della via e della virtù), è considerato il principale testo del taoismo. Gli altri due sono lo Zhuangzi e al Liezi. E’ inoltre in competizione con la Bibbia per quello che riguarda il maggior numero di traduzioni.
(2) Principali Riforme della dinastia Qin per opera di Shihuang:
- unificazione del regno dia sette stati predenti: Han, Wei, Chu, Yan, Zhao e Qi a uno Stato centralizzato, unificato, multi etnico e autocratico della Cina.
- Burocratizazzione del paese col distrettuale in sostituzione del sistema feudale.
- Unificazione delle leggi.
- Proibizione alla popolazione di portare armi.
- Nel 216 a.C. decreto che assegnava la terra ai proprietari terrieri e ai coltivatori diretti, purché questi dichiarassero la superficie dei loro terreni e pagassero le imposte.
- unificazione del sistema di pesi e misure, del sistema monetario, della scrittura.
- Nel 212 a.C. ordinò di distruggere tutti i tipi di libri e di proibire le scuole private.
- Vittoria sugli unni ed inizio della costruzione della grande muraglia.

Bibliografia
“Confucio Vita, massime e pensieri”, Giulio Sonzini, Giovanni de Vecchi editore Milano.
“Le grandi religioni del mondo” (autori vari) Edizioni Mondatori.
“Io sono quello” I dialoghi con un sapiente di villaggio, Edizione Rizzoli
“La mente è un mito” edizioni equilibrium
“La Bhagavad Gita così com’è”. www.idiocentrism.com/china.author.htm By John J. Emerson
www.iep.utm.edu/l/laozi.htm Ronnie Littlejohn
http://it.chinabroadcast.cn/chinaabc/
www.daoisopen.com/SiteMap.html
www.archaeology.org/9811/newsbriefs/laozi.html
http://plato.stanford.edu/entries/laozi/

Note dell’autore: Nel corso della preparazione di questo breve scritto, mi sono reso conto di essermi dato un obbiettivo troppo alto, (soprattutto rapportato al tempo che avevo preventivato per ultimare la ricerca), così alto che persino i sinologi o gli esperti studiosi, faticano a raccapezzarsi nella miriade di informazioni, che si possono trovare nei vari testi incrociati, ma ormai avevo cominciato e volevo comunque portare a termine il mio impegno. Quello che ho scritto è dato come storicamente certo e riconosciuto e l’ho inserito nel testo solo dopo avere verificato l’informazione in più fonti, pertanto sono abbastanza tranquillo sulla veridicità delle informazioni. E’ invece ciò che, per non conoscenza ho omesso, che mi lascia il timore e il dubbio di non avere dato quel quadro storico e certo che invece volevo dare.

Un’altra cosa che avevo sottovalutato, soprattutto perché non la sapevo, era il problema della traslitterazione del cinese, che viene trascritto usando le lettere del nostro vocabolario che riproducano la fonia dei termini. Di tale sistema esistono anche delle codifiche, la più riconosciuta delle quali è detta pinyn, che però non risolvono completamente il problema, così Tao Te Ching è spesso scritto, soprattutto nei siti in lingua inglese, come Daodejing e fin qui passi. Il dramma è stato cercare informazioni su Laozi, presente nel web come Lao Tse, Lao Tsu, Lao Tze, Lao-Tse, Lao-Tsu, Lao-Tzu, Lao-Tze, Lao Zi, Laozi, con le complicazioni poi dell’identità, quindi come Lao Dan, Lao Tan, Lao Da, Li er, li Her Taishi Dan etc… etc…. Questo problema di “bisticcio” coi termini, se non, in modo così esagerato come con Laozi, mi ha perseguitato per tutto il corso della ricerca. Comunque alla fine un qualche cosa ne è uscito, un qualche cosa che lascio aperto, nel senso che se scoprirò altro mi servo di cambiare modificare il testo.
Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
15 agosto 2014 5 15 /08 /agosto /2014 22:08

 

 

F.D. Roosevelt

 

 

 

 

 

“ …e mentre sto parlando a voi, ma dri e padri, vi do un’altra assicurazione. L’ho già detto altre volte, ma lo ripeterò all’infinito. I vostri ragazzi non verranno mandati a combattere nessuna guerra straniera… potete quindi definire qualsiasi discorso sull’invio di eserciti in Europa come pura menzogna”.

 

F.D. Roosevelt

Riguardo allo storico attacco di Pearl Harbor, i libri di scuola, i film, i documentari e tutti i reportage storici allineati alle versioni ufficiali ci hanno raccontato solo una verità di comodo. Attraverso i canali d’informazione istituzionali è stato ripetuto fino alla nausea che nel 1941 un brutale attacco aereo giapponese a sorpresa annientò la flotta americana del pacifico, lasciando sul campo migliaia di vittime innocenti. Tale versione dei fatti venne diramata dalla Casa Bianca allo scopo di scatenare l’indignazione del popolo americano. Da qui, a legittimare la sua chiamata al fronte come un dovere morale, il passo è stato molto breve.

 

Sono passati molti anni da quel drammatico 7 dicembre 1941, ma la storia continua a riemergere inquietante, come il cadavere di un omicidio che non vuole affondare. Le numerose inchieste pubbliche e private condotte su Pearl Harbor sembrano infatti avere raccolto ormai sufficiente materiale probatorio per ricostruire una volta per tutte, il vero corso degli eventi in questione.

 

La censura della storia

 

Il Giappone, contrariamente a quanto viene convenzionalmente accettato nella letteratura istituzionale didattica mondiale, venne deliberatamente provocato a reagire militarmente da F. D. Roosevelt (Gran Maestro massone del 33°) in tutti i modi possibili. Tale strategia d’azione fu definita nero su bianco nel riservatissimo piano McCollum [34], uno scottante documento che alcuni ricercatori storici sono riusciti a rendere di pubblico dominio.

 

Nel corso del tempo, sono infatti emerse numerose prove che dimostrano come i servizi dell’intelligence americana riuscirono a decriptare tempestivamente tutti i piani dell’imminente attacco giapponese. La strage di Pearl Harbor quindi, poteva essere evitata e con essa naturalmente, anche la partecipazione dell’America alla guerra. A confermarlo, ci sono persino le testimonianze rese da alti ufficiali della marina americana (come ad es. quella dell’ammiraglio Husband Kimmel o del tenente generale Richardson).

 

Ed è proprio da questi ultimi infatti che è partita la “prima pietra dello scandalo”. Le loro versioni sulla vicenda, sono oggi disponibili in molte dettagliatissime pubblicazioni, a cominciare, da Il giorno dell’inganno

di Robert B. Stinnet (pluridecorato USA per il valore militare ‘42- ‘46). marina militare
Pertanto, le fonti delle informazioni che sono alla base delle accuse contro Roosevelt, non sono costituite (come qualcuno potrebbe pensare) dalle malsane elucubrazioni di estremisti anti-americani, ma come anzidetto, provengono direttamente dagli archivi militari USA e/o dagli stessi ufficiali della marina che prestarono servizio durante la guerra del Pacifico. Le ragione di questa situazione per così dire “anomala” è in realtà molto semplice da spiegare. Il piano McCollum caldeggiato da Roosevelt, ha rappresentato un crimine commesso contro tutte le nazioni che poi sono state chiamate alle armi. Quindi la prima vittima di questa tipologia di complotti è sempre stata il popolo, non da ultimo, proprio quello americano, ammiragli compresi. Ecco perché tra i cosiddetti “anti-americani” che si oppongono alla versione ufficiale su Pearl Harbor compaiono anche i nomi “ingombranti” di autorevoli studiosi e testimoni a stelle e strisce. Molti di loro infatti, compresero perfettamente che il vero nemico della pace non veniva dal lontano Pacifico ma si annidava invece nella stessa America, tra i membre della Casa Bianca e quelli dei lussuosi uffici di Wall street. Di conseguenza, le generiche accuse di anti-americanismo rivolte contro chiunque cerchi di portare a galla la verità su Pearl Harbor risultano essere veramente fuori luogo. Viceversa, le prove contro il governo Roosevelt, pesano come un macigno che nessun perito della commissione ufficiale d’inchiesta è riuscito a smuovere di un millimetro. Flotta USA La flotta USA, avrebbe potuto tranquillamente essere messa in salvo, ma si fece l’esatto opposto, affinché migliaia di soldati americani trovassero la morte sotto le bombe giapponesi. Perché? La risposta è tanto chiara quanto scandalosa. Il vero obiettivo di Roosevelt era quello di creare il roboante casus belli di cui avevano bisogno i poteri forti per coinvolgere la nazione americana nel conflitto. E dallo stesso momento in cui venne deciso che le navi da guerra USA, con tutto il loro carico umano sarebbero serviti da esca, la base di Pearl Harbor venne deputata a questa funzione sacrificale. Quello che accadde dopo fu solo la cronaca di una strage annunciata…..Il Giappone quindi non solo si trovò a dover sopportare le gravi azioni di provocazione messe in atto con il piano McCollum, ma venne anche “indotto in tentazione” dallo stesso Roosevelt che “suggeriva” ai generali nipponici la soluzione della crisi con un colpo di mano. Come? Semplicemente “porgendo il fianco” della sua flotta al nemico. Le navi da guerra americane infatti vennero costantemente mantenute in zona di pericolo per ordine diretto del Presidente. Il comando giapponese fu così spinto a credere di dover approfittare di un occasione irripetibile per cercare di vincere una guerra ormai inevitabile contro il gigante americano. Ma cadde solo nella trappola…

 

Una regia occulta

 

Come verrà illustrato nel prosieguo, dietro le dinamiche degli eventi bellici è sempre possibile intravedere l’ombra cupa dei poteri forti, una realtà che emerge sconcertante tutte le volte che si effettuano dei reali approfondimenti. In pochi ne parlano apertamente, ma sono solo questi a manipolare tanto il corso della storia quanto il mondo dell’informazione. Sono talmente potenti che possono permettersi il lusso di insabbiare tutti i loro crimini senza mai apparire come primi attori. E le grandi inchieste ufficiali troppo spesso servono solo a manipolare l’opinione pubblica, mentre al contempo, le fonti d’informazione non controllate (come le piccole case editrici o i siti internet) vengono demonizzate e messe alla berlina nel circolo mediatico di più larga diffusione.

 

Come è cambiata l’America dopo Pearl Harbor

 

Prima del fatidico 7 dicembre 1941, l’88% della popolazione americana (sondaggio realizzato in America nel settembre 1940) era contraria a mandare i propri figli a morire per una guerra lontana [31] e il signor F. D. Roosevelt, proprio come il signor W. Wilson, venne eletto Presidente grazie alla promessa che non avrebbe mai trascinato la nazione in un conflitto. Ecco infatti, cosa dichiarò pubblicamente ai suoi elettori F.D. Roosevelt: “… e mentre sto parlando a voi, madri e padri, vi do un’altra assicurazione. L’ho già detto altre volte, ma lo ripeterò all’infinito. I vostri ragazzi non verranno mandati a combattere nessuna guerra straniera… [1] Ma nonostante queste buone dichiarazioni d’intenti volte solo ad accattivarsi il consenso di un America pacifista, il procurato attacco giapponese e il conseguente bagno di sangue di Pearl Harbor, provocarono una ondata emotiva tale che l’opinione pubblica americana mutò repentinamente atteggiamento, optando, come cinicamente previsto, a favore dell’intervento militare. In sostanza, senza un episodio come quello di Pearl Harbor, l’amministrazione americana non avrebbe mai potuto trascinare il paese in guerra e il Presidente Roosevelt avrebbe dovuto, “suo malgrado”, mantenere le promesse fatte alla nazione.

 

Il piano McCollum

 

Grazie al Freedom of Information Act promosso dal parlamentare USA John Moss, molti ricercatori indipendenti hanno potuto trovare accesso ad uno straordinario numero di documenti sulla guerra del Pacifico. Dallo studio accurato di questi è poi emersa tutta la verità sconcertante;

Si viene così a sapere che già il 7 ottobre del 1940, nel quartier generale della Marina di Washington, circolò un bollettino destinato a compromettere per sempre l’amministrazione Roosevelt nella premeditazione della guerra. Il dispaccio proveniva dall’ufficio dei servizi informativi ed era indirizzato a due dei più fidati consiglieri del Presidente, i capitani della Marina Walter S. Anderson e Dudley W. Knox . Al suo interno recava la sottoscrizione in calce del capitano di corvetta Arthur H. McCollum, un militare esperto dei costumi del “sol levante”. Quest’ultimo infatti, aveva trascorso diversi anni della sua vita in Giappone e ne conosceva perfettamente la cultura. Si poneva quindi come l’uomo adatto per studiare una strategia di provocazione. McCollum elaborò così un piano che prevedeva otto diverse modalità d’azione per ingaggiare una guerra con il Giappone. Il documento si componeva di cinque pagine e in esso si faceva esplicito riferimento alla creazione di quelle condizioni che avrebbero costretto i giapponesi ad una reazione armata contro gli USA. Una volta che questa si fosse verificata, la nazione americana si sarebbe ritrovata automaticamente impelagata nell’intero conflitto mondiale. Proprio ciò che volevano gli oscuri signori della guerra in doppiopetto e bombetta. La stipula del famoso patto tripartito (siglato a Berlino il 27 Settembre 1940), garantiva infatti alle forze dell’asse (Germania, Italia, Giappone) mutuo soccorso reciproco durante tutto il conflitto.

Le operazioni da seguire per raggiungere questo obiettivo sono qui di seguito sinteticamente elencate:

 

 

  1. Accordarsi con la Gran Bretagna per l’utilizzo delle basi inglesi nel Pacifico, soprattutto Singapore.

  2. Accordarsi con l’Olanda per utilizzare le attrezzature della base e poter ottenere provviste nelle Indie orientali olandesi (l’attuale Indonesia).

  3. Fornire tutto l’aiuto possibile al governo cinese di Chiang Kai-Shek.

  4. Inviare in Oriente, nelle Filippine o Singapore, una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio.

  5. Spostare le due divisioni di sottomarini in Oriente.

  6. Tenere la flotta principale degli Stati Uniti , attualmente nel Pacifico, nei pressi delle isole Hawaii.

  7. Insistere con gli olandesi affinché rifiutino di garantire al Giappone le richieste per concessioni economiche non dovute, soprattutto riguardo al petrolio.

  8. Dichiarare l’embargo per tutti i commerci con il Giappone, parallelamente all’embargo dell’impero Britannico.

 

 

- Il bollettino McCollum delle otto azioni è stato scoperto da Robert B. Stinnet t il 24 gennaio 1995 nella scatola n.6 di una speciale raccolta della Marina degli Stati Uniti, RG 38, Modern Military Record Branch degli Archives II. – [34]

 

bollettino.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Le altre prove del complotto

 

Ciò premesso, la versione ufficiale ha escluso comunque qualsiasi tipo di coinvolgimento del Presidente Roosevelt in un complotto contro le nazioni. Una conclusione “politica” che però non trova alcun fondamento nella storia. Roosevelt venne infatti complessivamente informato del “pericolo” di un imminente attacco giapponese da almeno ben otto fonti diverse [2]. Inoltre, il 27 e il 28 novembre 1941, gli alti ufficiali americani ricevettero un ordine che la dice lunga sulle vere intenzioni del governo Roosevelt : “Gli Stati Uniti desiderano che il Giappone compia il primo atto diretto” [3]. Un comunicato questo che, stando alla testimonianza del ministro della guerra Henry L. Stimson venne emanato direttamente da Roosevelt (anche se in realtà, come verrà chiarito in seguito, Stimson cercò solo di scaricare tutti i dubbi e le ombre di cospirazione sul Presidente). Eclatante a tal proposito anche il messaggio scritto al Segretario di Stato Cordell Hull dall’ambasciatore americano a Tokyo, Joseph Grew il 27 gennaio 1941. Nella riservatissima missiva che C. Hull si affrettò a distribuire ai servizi informativi (e quindi anche direttamente al Presidente) si leggeva infatti a chiare lettere che in caso di guerra, Pearl Harbor sarebbe stato il primo bersaglio [4]. Ma ecco cosa affermava esattamente il testo del cablogramma in questione [5]: “Un collega peruviano ha rivelato a un membro del mio staff di aver sentito diverse fonti, compresa una fonte giapponese, che le forze militari giapponesi hanno progettato, in caso di problemi con gli Stati Uniti, di tentare un attacco a sorpresa su Pearl Harbor impiegando tutte le strutture militari a loro disposizione. Ha aggiunto inoltre che, sebbene il piano possa sembrare una fantasia, il fatto che lo abbia sentito da più parti lo ha indotto a passare l’informazione. – Grew”. E se come anticipato, l’intelligence USA era in grado di decriptare i messaggi in codice giapponesi già molto tempo prima di Pearl Harbor, il Presidente deve necessariamente avere conosciuto con largo anticipo, le modalità con cui sarebbe avvenuto l’attacco a “sorpresa” giapponese. Al contrario, i comandanti del contingente americano direttamente interessato, e cioè l’ammiraglio Husband Kimmel e il tenente generale Walter Short, vennero tenuti completamente all’oscuro di quanto stava realmente accadendo, onde evitare che potessero adottare le opportune contromisure (come ad es. reclamare uno spostamento della flotta in una zona più sicura). Il giorno dell’attacco infatti, nella base di Pearl Harbor non era stato neppure proclamato lo stato d’allerta e le perdite umane furono spaventose. Si verificò così, proprio quella strage degli innocenti che serviva all’amministrazione americana per mobilitare l’indignazione del popolo americano. Il bollettino di guerra fu straziante, sette navi da guerra affondate all’ancora, 2273 morti (tra civili e militari) e 1119 feriti. Quando vennero aperte le prime indagini nella commissione d’inchiesta del 1946, fu esclusa ufficialmente qualsiasi responsabilità diretta di D. F. Rosevelt sulla base dell’assunto che il Presidente non sarebbe mai venuto a conoscenza del piano McCollum. Tuttavia, esiste ormai un castello di prove che dimostra l’esatto opposto. E per fare maggiore chiarezza, basti dire che le perizie scientifiche svolte sul famoso protocollo hanno accertato la presenza delle sue impronte digitali su ognuna delle cinque pagine del piano [3]. In un processo “normale”, tale materiale probatorio, sarebbe stato sufficiente a far condannare chiunque oltre ogni ragionevole dubbio. Roosevelt peraltro, ordinò di spostare buona parte della flotta USA alle Hawaii proprio il giorno successivo alla divulgazione del suddetto bollettino e quindi in completa ottemperanza al piano McCollum. Tale disposizione della casa bianca infatti, non poteva essere connessa ad alcun altra strategia militare razionale se non quella della provocazione.

 

Le proteste degli alti ufficiali

 

Il trasferimento di preziose unità navali americane nelle acque del Pacifico risultò quindi talmente incomprensibile agli alti ufficiali di marina che prima di essere accettato dovette scontrarsi con le animose proteste dell’ammiraglio Richardson qui di seguito riportate testualmente: “Signor Presidente, gli ufficiali più anziani della Marina non hanno la fiducia nella guida civile di questo paese…” [6]. Richardson dimostrò risolutamente tutto il proprio disappunto, in quanto da buon ufficiale di marina, sapeva bene che stanziare la flotta nelle acque delle Hawaii sarebbe stato interpretato dal comando giapponese come un chiaro atto di ostilità, o meglio come i preparativi per un’aggressione. Proprio ciò che Richardson, per lealtà al suo paese avrebbe voluto evitare. Il documento programmatico di McCollum del resto, non lasciava dubbi di sorta circa le sue reali finalità provocatorie. E in particolar modo alla lettera D, dove contemplava addirittura l’invio di navi da guerra americane nelle acque territoriali giapponesi o appena fuori di esse. Durante i riservatissimi briefing militari che si tennero alla Casa Bianca, Roosevelt infatti, si dimostrò irremovibile sulla necessità di porre in atto simili azioni. Non accettò mai alcuna obiezione o variazione del piano. E dopo avere programmato gli sconfinamenti della flotta americana sotto l’appellativo di “missioni a sorpresa” dichiarò espressamente: “Voglio semplicemente che sbuchino qua e là e che i giapponesi continuino a chiedersene la ragione… [7]. Affermazioni queste che incontrarono anche le obiezioni degli altri alti ufficiali. L’ammiraglio Husband Kimmel ad esempio, quando venne posto di fronte all’ordine di condurre “missioni a sorpresa” per provocare i giapponesi si lasciò scappare la seguente affermazione: “E’ una mossa sconsiderata e compierla porterà alla guerra”   [8]. Ma quando l’ammiraglio Kimmel si rese conto che Roosevelt non aveva alcuna intenzione di tornare sui propri passi, preferì scendere a compromessi e offrì la sua collaborazione all’unica condizione che fosse stato tempestivamente informato delle contromosse giapponesi. Il “dietro-front” di Kimmel venne quindi premiato con una promozione al grado di ammiraglio e con la nomina di comandante in capo della flotta del Pacifico. Chi invece, come l’ammiraglio Richardson, mantenne coraggiosamente la sua posizione, venne rimosso il 1 febbraio 1941 durante una importante riorganizzazione della Marina. Roosevelt ordinò infatti la suddivisione delle forze navali in due contingenti distinti, una flotta per l’Atlantico e l’altra per il Pacifico. Un’escamotage che gli consentì di liberarsi agevolmente degli ufficiali non allineati ai suoi programmi, e di prepararsi nello stesso tempo, ad affrontare un conflitto allargato alla Germania. La registrazione degli ordini emanati direttamente da Roosevelt nel periodo a cavallo tra marzo e luglio 1941 dimostra ancora più dettagliatamente quanto egli fosse realmente immischiato nel piano McCollum. Il Presidente diede disposizioni di sua iniziativa e persino contro il parere dei suoi più alti ufficiali per violare reiteratamente il diritto internazionale. Vennero quindi dispiegati gruppi navali militari operativi (in pieno assetto di guerra) al confine delle acque territoriali giapponesi allo scopo di compiere tre “missioni a sorpresa” [9]. Altri indizi inquietanti riguardo un diretto coinvolgimento del Presidente in una cospirazione provengono dallo stesso modo in cui vennero organizzati i servizi informativi. Le traduzioni dei messaggi in codice giapponesi ad esempio, dovevano pervenire direttamente nelle sue mani o in quelle di soggetti da lui autorizzati. Tutte le intercettazioni militari e diplomatiche giapponesi gia decodificate arrivarono quindi alla casa bianca baipassando l’ammiraglio Kimmel, il comandante in capo della flotta nel Pacifico. In questo modo venne garantita la massima segretezza possibile sulle reazioni di Yamamoto alle provocazioni americane. Persino nei confronti dello stesso stato maggiore USA. E appena le “missioni a sorpresa” ebbero inizio, le navi guerra americane cominciarono a scorazzare intorno alle acque territoriali giapponesi arrivando ad insidiare perfino lo stretto di Bungo, ovvero l’accesso principale al Mar del Giappone. Ne scaturì una crisi diplomatica che culminò con le proteste ufficiali del ministero della Marina giapponese. La lettera venne consegnata all’ambasciatore Grew di Tokyo, per denunciare quanto segue: “Nella notte del 31 luglio 1941, le unità della flotta giapponese ancorate nella Baia di Sukumo (stretto di Bungo) hanno captato il suono di eliche che si avvicinavano da est. I cacciatorpediniere della Marina giapponese hanno avvistato due incrociatori che sono scomparsi in direzione sud dietro la cortina di fumo accesa dopo che gli era stato intimato il chi va là…..Gli ufficiali della Marina ritengono che le imbarcazioni fossero incrociatori degli Stati Uniti”.

 

 

L’ombra dei banchieri dietro la programmazione della guerra

 

L’amministrazione americana non è mai stato il vero attore delle guerre più recenti, ma solo una pallida comparsa. Il soggetto pubblico su cui riversare tutte le colpe. Le reali motivazioni che spinsero il Presidente Roosevelt a catapultare il popolo americano in guerra, conducono inequivocabilmente ad alcuni dei retroscena meno divulgati del secondo conflitto mondiale.

 

Ecco ad esempio cosa è clamorosamente “sfuggito” agli storici della versione ufficiale:

 

Nell’estate del 1940 (prima dell’emanazione del protocollo McCollum), Roosevelt elaborò un piano di politica estera volto ad isolare economicamente il Giappone e le forze dell’asse con una serie di embarghi. Ma la circostanza quantomeno “anomala”, è che la Casa Bianca stava riservatamente operando al contempo per garantire a questi stessi paesi nemici la scorta di risorse energetiche a loro necessarie per intraprendere una lunga guerra proprio contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Roosevelt scelse infatti di dare corso alle vere provocazioni (del protocollo McCollum) solo quando il Giappone venne ritenuto in grado di sostenere il conflitto. Pertanto, i giapponesi ricevettero tutto l’approvvigionamento di materie prime (in particolare il petrolio) di cui avevano bisogno persino durante il proclamato embargo. Nei mesi di luglio e ottobre del 1940, in pieno regime di apparente isolamento economico del Giappone, il Call Bullettin di San Francisco fotografò degli operai sul molo del porto cittadino mentre stavano tranquillamente provvedendo allo stoccaggio di numerosi container nelle stive di due navi da trasporto nipponiche. Si trattava della “Tasukawa Maru” e della “Bordeau Maru”, entrambe, vennero caricate con ingenti quantità di quel materiale ferroso di cui aveva fortemente bisogno l’industria pesante Giapponese, un paese ritenuto ufficialmente ostile. Una volta terminate le operazioni di carico, il naviglio prese il largo e fece rotta verso la madrepatria. Ma non si trattò solo di un caso isolato perché la scena era destinata a ripetersi in modo quasi surreale per tutto il 1940 e il 1941 persino dopo lo scoppio del conflitto [10]. La vicenda in questione non era certo sfuggita ai servizi segreti americani che annotarono tutti gli spostamenti delle navi da trasporto giapponesi (ibid). E anche per quanto concerneva i rifornimenti di petrolio, la violazione delle restrizioni avvenne in modo sistematico e del tutto evidente. L’embargo infatti non fu mai applicato alle raffinerie ubicate sulla costa occidentale degli Stati Uniti (ibid p.36), pertanto è lecito concludere che l’osannato isolamento del Giappone fosse solo una manovra politica di facciata. A dispetto dei proclami formali, la Casa Bianca si adoperò dietro le luci dei cronisti per sostenere le capacità belliche Giapponesi. Lo scopo era quello di prepararlo all’imminente conflitto già in agenda dei poteri forti. Un assunto questo che, per quanto possa apparire assurdo a chi ha sempre creduto alla favola dell’imperialismo americano (o viceversa, ha riposto la massima fiducia nei metodi democratici dell’amministrazione USA), non solo risponde al vero, ma dimostra come l’opinione pubblica sia stata sempre spudoratamente manipolata. Il console generale giapponese rassicurò infatti il suo governo che al di là dei proclami formali, Roosevelt e il suo esecutivo, stavano chiudendo un occhio sui rifornimenti “americani” affermando letteralmente: “Tutti i nostri permessi di esportazione sono stati garantiti. Le agenzie americane da cui acquistiamo il petrolio procedono e stabiliscono accordi soddisfacenti con le autorità governative di Washington” [11]. L’alto funzionario diplomatico giapponese specificò inoltre che era riuscito ad acquistare una miscela speciale di petrolio greggio eludendo facilmente i divieti imposti con l’embargo. Nel messaggio segreto poi cifrato, compare dettagliatamente la portata dell’acquisto; 44.000 tonnellate (ben 321.000 barili) dall’Associated Oil Company. Peraltro il dispaccio diplomatico terminava concludendo: “I rivenditori di petrolio americano della zona di San Francisco che vendono alla Mitsui e alla Mitsubishi, dei quali il principale è l’Associated Oil Company, credono che non ci sarà alcuna difficoltà nel continuare la spedizione di comune carburante al Giappone” (ibidem). Allo storico cablogramma diplomatico, fanno poi da inquietante contorno le registrazioni militari USA a proposito delle rotte di carico e scarico regolarmente effettuate dalle petroliere dirette in Giappone. E poiché, i servizi informativi americani monitorarono costantemente i movimenti delle navi da trasporto nipponiche su esplicito ordine della Casa Bianca, è legittimo supporre che Roosevelt, non poteva non sapere cosa stava realmente accadendo. Le navi con il prezioso carico di oro nero americano erano dirette verso il deposito petrolifero di Tokuyama. E solo nel periodo compreso tra il luglio 1940 e l’aprile 1941 risulta accertato che i rifornimenti petroliferi “americani” ammontarono a quasi 9.200.000 barili. Tutte le rotte degli approvvigionamenti giapponesi vennero intercettati e schedati dai radiogoniometri militari americani dalla Stazione SAIL, il centro di controllo del Navy’s West Communication Intelligence Network (sistema dei servizi informativi di comunicazione della costa occidentale della Marina USA, WCCI) ubicata vicino Seattle. Gli impianti radio della Mackay Radio & Telegraph, Pan American Airways, RCA Communications e Globe Wireless fornirono ulteriori preziose informazioni. L’ampio ed efficientissimo sistema di monitoraggio USA si estendeva lungo tutta la costa occidentale, da Imperial Beach in California sino a Dutch Harbor in Alaska [32]. In conclusione quindi, i servizi informativi e il Presidente dovevano sapere perfettamente che la maggior parte del petrolio giapponese proveniva dall’impianto di raffinazione californiano della Associated Oil Company di Port Company. Un continuo andirivieni di navi da trasporto portò infatti il prezioso carburante direttamente a Tokuyama, la principale base di rifornimento della flotta militare giapponese. Qualcuno però si accorse per tempo di quanto stava effetivamente avvenendo dietro le verità ufficiali e denunciò il fatto pubblicamente. Così, accadde che proprio mentre Roosevelt si dava affanno nell’apparire un Presidente pacifista dinanzi alla Nazione, il deputato del Missouri Philip Bennet rilasciò la seguente eloquente dichiarazione: “…..Ma i nostri ragazzi non verranno mandati all’estero, dice il Presidente. Sciocchezze, signor Presidente; Già ora si sta provvedendo a preparargli le cuccette sulle nostre navi da trasporto. Gia ora i cartellini per l’identificazione di morti e feriti vengono stampati dalla ditta di William C. Ballatyne & Co. di Washington” [12]. E anche se all’epoca dei fatti tale affermazione “fuori dal coro” di P. Bennet passò quasi completamente inosservata, le indagini storiche del dopoguerra gli hanno conferito pienamente ragione. Roosevelt, come tutti i politici a cui è stato consentito l’accesso alle “stanze dei bottoni”, non fece altro che obbedire alle direttive dell’alta finanza, ovvero, ottemperò scrupolosamente agli ordini degli “invisibili” magnati a cui i popoli pagano il debito pubblico attraverso le tasse. Illuminante in tal senso, l’amara considerazione personale di Curtis Dall, il genero di F.D. Roosevelt,: “Per molto tempo pensai che (Roosevelt)…avesse nutrito molti pensieri e progetti a beneficio del suo paese, gli USA. Ma non era così. La maggior parte dei suoi pensieri, le sue “cartucce” politiche, per così dire, erano state attentamente fabbricate per lui dal Consiglio sulle relazioni estere/Gruppo finanziario per un mondo unito (CFR= Rockfeller, Rothschild & co – specificaz. Dell’autore.). Brillantemente e con grande slancio, come fossero un bel pezzo d’artiglieria, egli sparò quelle “cartucce” prefabbricate in mezzo a un bersaglio inaspettato, il popolo americano, e così comprò e confermò il suo rapporto politico internazionalista” [13]. E a dispetto di ciò che continua ad affermare la storia patinata della versione ufficiale, non rimane quindi che svelare chi erano e che intenzioni avevano i potenti “consiglieri” di F.D.R. che tanto ascendente avevano su di lui….

 

Un accenno ai retroscena

 

Dietro i protagonisti ufficiali della storia che abbiamo studiato nelle c.d. “scuole” dell’obbligo, operano senza mai apparire, i membri e i programmi della vera casta di comando, i c.d. “poteri forti”. Una elite di persone che gestisce il potere da padre in figlio e che da secoli tiene letteralmente sotto controllo l’economia (e quindi anche la politica) delle nazioni. Sono i proprietari esclusivi delle banche centrali, delle assicurazioni, dei monopoli energetici, dell’industria e dei grandi canali d’informazione. I suoi rappresentanti non si riconoscono realmente in alcuna specifica nazionalità poiché si ritengono al di sopra di qualunque di essa, considerandosi a tutti gli effetti i veri signori del mondo. Ed ecco a tal proposito cosa ebbe a dichiarare già nel lontano 1733, un illustre esponente dei grandi casati finanziari che oggi possiedono letteralmente le banche centrali, il finanziere Amschel Mayer Bauer Rothschild (capostipite dell’impero Rothschild): “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito e, quindi, sempre più sotto il nostro potere” [14]. Dal quel remoto 1733 però, il tempo non sembra essere passato invano e gli strumenti dei manipolatori sono stati affinati. Nella storia contemporanea sono sorte infatti vere e proprie istituzioni paragovernative che lavorano a porte chiuse per realizzare i programmi di dominio dell’alta finanza. E come intuito da Curtis Dall, una di queste moderne organizzazioni che maggiormente diresse l’operato di Roosevelt è il CFR (Council on Foreign Relations). Una sedicente organizzazione “filantropica” fondata nel 1921, con il finanziamento della famiglia Rockefeller. Alla costituzione del CFR parteciparono 650 “eletti”, “il Gotha del mondo degli affari” [15] e suoi membri di spicco furono sempre all’ombra del Presidente americano di turno. Ed è quindi proprio a costoro che si deve attribuire la vera paternità del protocollo McCollum. In qualità di ministro della guerra di Roosevelt ad esempio, agiva in “prima linea” Henry Stymson, un personaggio che “guarda caso” era anche uno dei membri fondatori del CFR. Il suo coinvolgimento nel piano di provocazione, emerge chiaramente dalle righe del suo stesso diario: “Affrontiamo la delicata questione di come realizzare una schermaglia diplomatica che faccia apparire il Giappone dalla parte del torto e gli faccia compiere, scopertamente, il primo passo falso”   [16]. E sempre a tal proposito, lo scrittore George Morgenstern, ha pubblicato il libro “Pearl Harbor, The Story Of The Secret War” in cui è stato esaustivamente documentato come il Giappone venne trascinato in guerra dalla strategia d’azione dei membri del CFR. Poiché come noto, a molte guerre corrispondono molti soldi e infinito potere per gli oscuri signori dell’alta finanza. Una volta conclusi i conflitti, saranno infatti sempre loro a decidere le condizioni di riparazione della nazione di turno che è stata messa in ginocchio. Ai popoli di entrambe le parti belligeranti invece, non resterà che l’amaro compito di leccarsi le ferite tra un camposanto e l’altro, aspettando di sapere quanto dovranno pagare per le spese di guerra (“vinta” o persa che sia). Con l’ingresso dell’America nel secondo conflitto mondiale avvenne infatti un colossale trasferimento di ricchezza dalla casse pubbliche a quelle private; Il bilancio federale USA a cavallo del decennio 1930-1939 era di “appena” 8 miliardi di dollari l’anno, nel 1945 invece, il debito per sostenere la guerra fece impennare i grafici contabili fino 303 miliardi di quota. Il costo globale del conflitto (nei soli termini economici) sostenuto dagli americani, fu ufficialmente di 321 miliardi di dollari, più del doppio di quanto il governo federale aveva “scucito” ai contribuenti nei 152 anni di storia che vanno dal 1789 al 1941 [17]. Gli eventi bellici peraltro, non rappresentano solo il grande business dei banchieri, ma sono anche un subdolo ed efficacissimo strumento di azione politica. Vengono infatti concepiti a tavolino come formidabile pretesto per instaurare a guerra finita, gli assetti politici e sociali a loro più congeniali. Si muovono a piccoli passi per realizzare il progetto secolare del “nuovo ordine mondiale”. Uno scopo che del resto trapela esaustivamente dalle stesse parole pronunciate da James Warburg (insigne esponente dei poteri forti) solo pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale:

 

“Che vi piaccia o no, avremo un governo mondiale, o col consenso o con la forza”.[18]

 

Tra gli altri invisibili personaggi della storia che “suggerirono” a Roosevelt gli obiettivi da raggiungere durante la sua presidenza, compare il nome eccellente di Bernard M. Baruch . Un illustre membro dell’alta finanza e del CFR che presiedette al Comitato delle industrie belliche durante la Prima guerra mondiale e che poi negoziò anche le condizioni delle riparazioni tedesche nel trattato di Versailles [19]. La sua autorevolissima voce venne sempre e perentoriamente ascoltata dai presidenti americani. Nato in Texas nel 1870 da un agiatissimo esponente del Ku Klux Klan , l’ultra miliardario ebreo Bernard Mannes Baruch divenne il “consigliere” di ben sei presidenti USA. Dal massone [20] Woodrow Wilson (1912) al massone Eisenhower (1950), fu sempre lui ad esempio a “persuadere” il Presidente Wilson circa la necessità di coinvolgere l’America nella prima guerra mondiale. E persino la creazione di un organo governativo volto esclusivamente a sostenere lo sforzo bellico americano fu una sua idea. Nulla di strano quindi se al nuovo ente vennero conferiti ampi poteri speciali nella pianificazione della produzione industriale. Come del resto è naturale, che a capo di esso finì per essere nominato proprio lui, Bernard Baruch, il mentore del Presidente. Una volta al comando del “War Industry Board” , tutte le commesse relative al materiale bellico e logistico passarono nelle sue mani, dagli stivali ai mezzi corazzati. Affari d’oro che non si limitarono agli approvvigionamenti americani ma che si estesero in buona misura anche agli ordinativi degli altri eserciti alleati. E come denunciò nel 1919 dalla Commissione Investigativa del Congresso (guidata dal senatore W. J. Graham) che indagò sui profitti che quell’organo rese possibili, si trattò di: “ un governo segreto…sette uomini scelti dal Presidente hanno concepito l’intero sistema di acquisti militari, programmato la censura sulla stampa, creato un sistema di controllo alimentare…dietro porte chiuse, mesi prima che la guerra fosse dichiarata” [21]. In seguito, fu possibile ripetere tale collaudato “modus operandi” grazie ai “consigli” che Baruch diede al presidente F. D. Roosevelt, nella guerra contro Hitler: questa volta però l’organo pianificatore si chiamò War Production Board. A dirigerlo venne nominato Harry Hopkins, un uomo di fiducia del signor Baruch, (ibidem).

 

 

La decriptazione dei codici giapponesi

 

Tornando alle circostanze militari che condussero all’attacco di Pearl Harbor, già a partire dall’ultima settimana del settembre 1940, un esperto team di crittografi americani riuscì a decodificare entrambi i principali codici segreti utilizzati dai Giapponesi. Tutte le comunicazioni diplomatiche riservate vennero quindi tradotte con il “codice Purple” mentre i dispacci militari nipponici segreti poterono essere interpretati con il codice “Kaigun Ango” in tempi sufficientemente brevi. La riuscita decodificazione dei codici però, venne mantenuta nel massimo riserbo anche tra le stesse autorità militari USA, in quanto, come anzidetto, si fece in modo che i dispacci dei servizi informativi giungessero direttamente al Presidente [22]. Le reali potenzialità dell’intelligence USA vennero “a galla” solo più tardi, grazie alle rivelazioni del contrammiraglio Royal Ingersoll, assistente capo delle operazioni navali. Egli spiegò infatti che già prima di Pearl Harbor i servizi informativi americani erano in grado di scoprire in anticipo la strategia navale di guerra e le operazioni tattiche del Giappone [33]. Una verità esplosiva documentata da una lettera scritta il 4 ottobre 1940 e indirizzata da Ingersoll ai due ammiragli James Richardson e Thomas Hart. La missiva, estremamente chiara e dettagliata, precisava che la marina americana iniziò il rilevamento dei movimenti e delle posizioni delle navi da guerra giapponesi nell’ottobre 1940: “Ogni spostamento rilevante della flotta dell’Orange (che nel codice USA significava Giappone) è stato previsto ed è disponibile un flusso continuo di informazioni riguardanti le attività diplomatiche dell’Orange” [23]. Peraltro come vedremo, i giapponesi, furono protagonisti di talmente tanti errori madornali nell’effettuare le loro comunicazioni riservate, che diventa davvero difficile poi riuscire a credere nella versione ufficiale dell’attacco a “sorpresa”. L’ammiraglio giapponese Yamamoto infatti, ruppe imprudentemente il silenzio radio il 25 novembre 1941. I messaggi in questione ordinavano alla 1° flotta aerea di prendere il volo il 26 novembre dalla base di Hitokappu per dirigersi in acque Hawaiiane e attaccare così la flotta americana all’ancora di Pearl Harbor. Precisò addirittura latitudine e longitudine della rotta da percorrere [24]. Come noto, l’attacco venne poi rimandato al 7 dicembre, ma ciò non toglie che i servizi informativi americani sapessero ormai quali fossero le reali intenzioni giapponesi. E come minimo, la base di Pearl Harbor avrebbe dovuta essere stata posta in stato di allerta. Ma ecco qui di seguito riprodotto il testo letterale dei due messaggi intercettati dai sevizi informativi americani:

 

1) “Il 26 novembre l’unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti, deve lasciare di Hitokappu e giungere al 42° di latitudine nord per 170° di longitudine est nel pomeriggio del 3 dicembre e completare velocemente il rifornimento” [25].

 

2) “L’unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti e ponendo estrema attenzione a sottomarini e velivoli, deve avanzare in acque Hawaiiane e alla vera apertura delle ostilità attaccare la forza principale degli Stati Uniti alle Hawaii infiggendole un colpo mortale (neretto dell’autore). Il primo attacco aereo è previsto per l’alba del giorno X. La data esatta sarà fornita in un ordine successivo. Una volta completato l’attacco aereo, la forza operativa, mantenendo una stretta collaborazione e prestando attenzione al contrattacco nemico, dovrà abbandonare velocemente le acque nemiche e fare rotta verso il Giappone. Se i negoziati con gli Stati Uniti avranno esito positivo, l’unità operativa dovrà essere pronta a tornare immediatamente a radunarsi”.

 

Paradossalmente però, solo gli uomini di fiducia del Presidente erano stati autorizzati a seguire l’ evoluzione della crisi con il Giappone. Ed è probabilmente proprio per tale motivo che quel fatidico 7 dicembre 1941, il “miracolato” ammiraglio Anderson (ex direttore dei servizi informativi e stretto collaboratore di Roosevelt) sopravvisse indenne all’attacco. Egli infatti, al momento dell’incursione aerea non si trovava a bordo di nessuna delle sue navi da guerra, ma al sicuro nella sua tranquilla residenza di Diamod Head. Per un’altra “strana” ironia della sorte, la stazione di monitoraggio americano delle Hawaii (la c.d. stazione cinque) era proprio uno dei principali centri d’intercettazione dei messaggi in codice Purple giapponesi. E ciononostante, la strage non poté essere evitata, poiché, come già ampiamente chiarito, i messaggi giapponesi, una volta decriptati venivano inviati direttamente al Presidente, senza passare quindi per l’alto comando locale. Una circostanza per così dire “anomala” che fece da preludio al sacrificio umano di migliaia di americani. A denunciare le “stranezze” della catena informativa ci sono le proteste documentate e archiviate dell’ammiraglio Kimmel. Il quale, al sopraggiungere della primavera del 1940, si rese conto di essere stato tagliato fuori dal servizio informativo. A provarlo c’è la sua richiesta del 18 febbraio 1940 rivolta all’ammiraglio Stark per ottenere che venisse nominato un responsabile dei servizi a cui fare capo per risolvere la “confusione”. Lo scopo di Kimmel naturalmente, era quello di ottenere che qualche ufficiale qualificato gli facesse pervenire i rapporti di natura segreta [26] senza “malintesi”. La risposta di Stark però, arrivò solo dopo un mese circa, esattamente il 22 marzo. In essa veniva perentoriamente affermato quanto segue: “I servizi segreti della Marina sono pienamente consapevoli della loro responsabilità di tenervi adeguatamente informato” [27]. Ma siccome Kimmel fino a quel momento non aveva mai ricevuto alcuna informazione “sensibile”, dovette prendere atto che si trattava solo di rassicurazioni del tutto formali. In sostanza era stato totalmente escluso dal circuito informativo per ordini che potevano provenire solo dalla Casa Bianca. Tuttavia, cosciente della gravità del pericolo che correva la sua flotta, decise comunque di esercitare nuove pressioni ufficiali. E dopo aver atteso invano un cambiamento della situazione fino al 26 maggio 1940, inviò una ulteriore richiesta direttamente ai servizi informativi. Il messaggio recitava quanto segue: “Informare immediatamente il comandante in capo della flotta del Pacifico di tutti gli sviluppi importanti attraverso i mezzi più rapidi a disposizione (ibidem). Nel cablogramma, l’ammiraglio sottolineò persino che la sua esigenza di essere tempestivamente informato, era da ritenersi un “principio militare cardine” (ibid p.58). Ma anche quest’ultimo tentativo si rivelò vano, e al termine del luglio 1941 Kimmel poté constatare amaramente, di essere stato ormai definitivamente escluso dall’intelligence. Alla fine della guerra Kimmel dichiarerà infatti: “Non comprendo e non comprenderò mai perché io sia stato privato delle informazioni disponibili a Washington” (ibid p.57). Dalla testimonianza dell’ammiraglio che fu il comandante in capo della flotta nel Pacifico, si può quindi ragionevolmente concludere che il popolo americano e la maggior parte dei suoi alti ufficiali venne tenuta completamente all’oscuro dei reali retroscena che determinarono la guerra. Le registrazioni, le testimonianze e i documenti che lo rivelano vennero tutte “incredibilmente” ignorate dalle varie indagini che si svolsero tra il 1941 e il 1946 fino agli accertamenti congressuali del 1995. Ma le prove di una cospirazione a danno delle nazioni ci sono e aspettano solo di trovare udienza nei circoli mediatici di massa. Ambedue i messaggi di Yamamoto che ordinarono l’attacco su Pearl Harbor ad esempio, sono riportati testualmente nei libri scritti da alcuni ufficiali della Marina americana come: “Pearl Harbor” del vice-ammiraglio Homer N. Wallin e in “The Campaigns of The Pacific War” redatto dalla Divisione analisi navali del rilevamento bombardamenti strategici degli Stati Uniti. Peraltro la stazione “H” dei servizi americani, intercettò e decriptò almeno altri 13 messaggi “sensibili” di Yamamoto, il cui testo è curiosamente risultato mancante dagli archivi della Marina. Sappiamo comunque per certo che furono trasmessi con il segnale di radio-chiamata RO SE 22 tra le 13.00 del 24 novembre e le 15.54 del 26 novembre, appena una decina di giorni prima dell’attacco giapponese (ibid p.66). Tutti i documenti originali in questione erano stati ceduti nel 1979 agli archivi nazionali del Presidente Jimmy Carter [28]. L’indagine ufficiale del Congresso, concluse invece che i servizi di spionaggio americano, “persero contatto” con le navi giapponesi nei giorni precedenti all’attacco (ibid p.67), in quanto queste, avevano scrupolosamente mantenuto il silenzio radio… Ma a smentire la versione ufficiale esistono anche altre prove schiaccianti come le registrazioni dei servizi informativi olandesi. Dalla disamina di queste infatti, è stato appurato che gli ammiragli al comando delle navi da guerra giapponesi, violarono il silenzio radio rimanendo costantemente in contatto con Tokyo (ibid p.67). E quindi, tanto la loro posizione quanto le loro intenzioni furono necessariamente captate durante tutti i 25 giorni che vanno dal 12 novembre al 7 dicembre 1941, cioè sino alla data del fantomatico attacco a “sorpresa”. Peraltro uno dei messaggi intercettati il 18 novembre venne addirittura inviato “in chiaro” e in caratteri latini, quindi interpretabile anche senza codici. Pertanto, la testimonianza del generale olandese Hein ter Poorten, smentì palesemente la versione ufficiale della commissione d’inchiesta. Egli, infatti non esitò a confermare che anche i suoi crittografi della “Kamer 14” (ibidem) possedevano prove che dimostravano una minacciosa concentrazione di navi giapponesi nei pressi delle isole Curili già alcuni giorni prima dell’attacco di Pearl Harbor. Il resoconto rilasciato dall’ammiraglio Harold Stark davanti alla Commissione congressuale del 1945-6 attesta poi inequivocabilmente che quest’utlimo, al contrario dell’ammiraglio Kimmel, era stato informato del massiccio raduno giapponese nella baia di Hottokappu prima del 7 dicembre 1941 [29]. E come accertò ancora una indagine congressuale del 1945, il 3 dicembre 1941 (quindi 4 giorni prima dell’attacco giapponese), furono intercettati e decifrati altri messaggi che svelavano ( a chi ancora non lo avesse capito) la decisione giapponese di dichiarare la guerra agli Stati Uniti con un colpo di mano [30].

 

Anche le registrazioni originali di questi messaggi però, “sparirono misteriosamente” dagli archivi della Marina (ibidem): in ultima analisi, la commissione unica congressuale d’indagine sull’attacco a Pearl Harbor cercò solo di insabbiare le prove del complotto contro le nazioni.

“Ieri, 7 Dicembre, data che resterà simbolo di infamia, gli Stati Uniti d’America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati da forze aeree e navali dell’impero giapponese…”.

 

F.D.Roosevelt nel discorso alla Nazione dell’8 dicembre 1941

 

 

 

Riferimenti

 

[1] Boston, 30 Ottobre 1940. Public Papers and address of Franklin D. Roosevelt, Macmillan, New York, volume del 1940, p.517

[2] Citaz. dal libro “Casebook On alternative 3” di Jim Keith, ediz. Il saggiatore, Milano 2001 p.26

[3] R. Stinnet “Il giorno dell’inganno”, p.26

[4] citaz. “Secret Societies” p.210 – Il testo originale del cablogramma originale di Grew che il ministro degli esteri ricevette alle 6.38 di lunedì 27 gennaio 1941 –ora dell’est degli USA- in PHPT 14, pag. 1042


[5] “Il giorno dell’inganno”, p.50

[6] Cfr. Richardson, James O., On The Treadmill To Pearl Harbor, Naval History Division, Department of the Navy, Washington DC 1973, p.435

[7] Secondo l’ammiraglio Stark, F.D.R. le definì “missioni a sorpresa, cfr Simpson, B. Mitchell III, Admiral Harold R. Stark, University of South Carolina Press, 1989, p.101-2

[8] L’ammiraglio H. Kimmel il 18 febbraio 1941 scrisse a Stark affermando che l’invio degli incrociatori “era il peggior consiglio” possibile, PHPT 33-1199

[9] La prima ebbe inizio nei giorni tra il 15 e il 21 marzo 1941 e comportò l’invio delle navi americane nelle acque adiacenti a quelle giapponesi. Cfr. Il viceammiraglio John H. Newton riferì in sede d’indagine che gli ordini ricevuti erano estremamente riservati e diretti a lui a voce, PHPT 26-340. In realtà il segreto riguardò solo la stampa americana in quanto diversi rotocalchi australiani pubblicarono la notizia irritando maggiormente i giapponesi. La seconda missione condusse le navi da guerra USA nella regione del Pacifico meridionale e centrale adiacente ai territori orientali controllati dal Giappone: cfr RG 24, giornali di bordo delle navi americane Salt Lake City e Northampton, luglio e agosto 1941, Archives II.3. Il terzo passaggio riguardò lo stretto di Bungo – cfr. Serial 220230 cit. ottenuta su concessione del gennaio 1995, Archives II.

[10] “Il giorno dell’inganno”, p.38

[11] Ddal rapporto del Consolato giapponese di San Francisco, 16 settembre 1940; cfr. appendice D


[12] Citaz. A.H. M. Ramsey in The Nameless War p.75

[13] “Casebook On Alternative 3″, p.25

[14] Antonella Randazzo “Dittature, la storia occulta”, p.168, ediz. Nuovo Mondo, Padova, 2007

[15] Maurizio Blondet, Complotti – I fili invisibili del mondo – I. Stati Uniti, Gran Bretagna, Il Minotauro, Milano, II ediz., 1995, pag. 98

[16] “Casebook On Alternative 3″, p.25

[17] Mollenhoff Clark R., “Il Pentagono”, Gherardo casini editore, Roma 1968, pp.80-81

[18] James Warburg, banchiere, alla Commissione Esteri del Senato, 17 febbraio del 1950

[19] da “Schiavi delle banche”, M. Blondet, Effedieffe

[20] “La faccia nascosta della storia”, Piero Mantero, Edizioni segno, 1997, p.17

[21] da: “Schiavi delle banche”, ediz. Effedieffe, Maurizio Blondet, 2004

[22] “Il giorno dell’inganno”, p.39


[23] cfr. RG 38, CNO Secret Serial 081420 del 4 ottobre 1940, SRH (special research history) 355, vol. I pagg. 395-397

[24] “Il giorno dell’inganno” p.65

[25] sulla prima spedizione di Yamamoto, cfr. Wallin, capitano Trapnell, F.M., capitano Russel, J.S. E capitano di corvetta Field, J.A. A cura di “The campaignh of Pacific War”, United States Strategic Bombing Survey, Naval Analysis Division, USGPO, Washington, 1946, pag.50

[26] cifrato PHPT 4, p.1792

[27] “Il giorno dell’inganno” p.58

[28] I tredici messaggi radio mancanti di Yamamoto possono essere recuperati utilizzando il numero del messaggio SMS (Secret Message Series) dal file di intercettazione della stazione H in RG 45, MMRB, Archives II

[29] “Il giorno dell’inganno”, p.68

[30] “La verità vi renderà liberi”, D. Icke, p.139

[31] “Il giorno dell’inganno”, p.33

[32] per le strutture commerciali cfr. Commandant, 11 distretto navale, serie segreta C-76 del 4 aprile 1940, RG 181, scatola 196741, National Archives, Laguna Niguel, California

[33] “Il giorno dell’inganno”, p.40

[34] Le copie integrali del protocollo McCollum sono disponibili su http://en.wikipedia.org/wiki/McCollum_memo

di

Marco Pizzuti

http://www.altrainformazione.it/wp/il-caso-pearl-harbor/

 

Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
30 luglio 2014 3 30 /07 /luglio /2014 21:49

ben ben stone

 

Benben - Antico Egitto

 

Benben "il radiante" era una pietra conica sacra venerata nel tempio di Eliopoli, rappresentava la collina che emerse dall'oceano primordiale (Nun) e sulla quale Atum generò se stesso e la prima coppia divina.

Visto il suo importante significato religioso, fu un modello di riferimento in varie strutture architettoniche; il Benben dalla forma conica originaria fu trasformato successivamente in una piccola piramide a base quadrangolare e con cuspide spesso ricoperta da lamine d'oro.

Secondo il mito il favoloso uccello chiamato
Bennu, anch'esso venerato ad Heliopolis

, viveva sul Benben.

Il medesimo culto era celebrato anche a Napata e nell'oasi di Siwa ove la pietra conica fu, in epoca tarda, paragonata ad un "umbilicus".

Si ricollegava comunque sempre al dio creatore e nella mitologia elaborata dal clero eliopolitano "rappresentava senza dubbio un raggio di sole". (Gardiner)

Secondo alcune teorie il Benben sarebbe stato un meteorite di composizione ferrosa (siderite) caduto in epoca preistorica.

 

 

 

 

 

 

 

 

Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
27 luglio 2014 7 27 /07 /luglio /2014 21:20

 

La Bibbia, oltre ad essere considerato un libro sacro da un'ampia fetta della popolazione mondiale, è anche considerabile come una grandiosa raccolta di testi storici.
I Primi cinque libri della Bibbia vengono chiamati Pentateuco o Torah: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuterenomio. Religiosamente parlando, la Torah è l'insieme della tradizione e delle leggi ebraiche tramandate oralmente fino al momento che Mosè non le riportò su pergamena sul Monte Sinai. Secondo la dottrina ebraica, il Pentateuco fu scritto direttamente da Dio duemila anni prima della creazione e fu donato da Dio a Mosè sul monte Sinai.
Nei primi cinque libri della Bibbia troviamo il principio della civiltà umana, gli eventi naturali e politici più sconvolgenti particolareggiati con date e descrizione di luoghi, personaggi e situazioni storiche.
Il racconto delle vicende epiche di Noè si può trovare all'interno del libro della Genesi e questo lo renderebbe una leggenda legata alle tradizioni ebraiche se non fosse che questa storia si può trovare all'interno della tradizione popolare di moltissimi popoli sparsi sul globo.
- Nel Corano, la storia di Noè è identica tranne per il fatto che l'arca si posò sul monte Judi in Irak.
- In India il Śatapatha Brāhmaṇa racconta delle vicende di Manu e del diluvio universale.
- Nelle Isole Andamane si crede che il Dio Creatore Puluga mandò una devastante inondazione sulla Terra punendo gli umani per le loro trasgressioni e mancanza di devozione nei suoi confronti. In questo caso il Dio salvò soltanto due coppie di umani.
- In Cina, secondo la tradizione popolare, il diluvio universale avvenne nel 2348 A.C., la stessa data offerta dalla Bibbia. Alcuni testi cinesi, antichi di tre millenni, riportarono le vicende di Da Yu che dovette affrontare un inondazione che vide il livello delle acque raggiungere il cielo.
Altri testi testi parlano di una Donna, Nuwa, che ripopolò il mondo dopo l'inondazione.
- Il Popolo Batak, in Sumatra, crede che la Terra poggiasse sulla testa di un Naga (serpente acquatico) che, stancatosi di tal fardello, lasciò cadere le terre emerse negli oceani facendo annegare il 99% delle specie viventi.
- In Indocina si crede che il peccato e la trasgressione degli umani costrinse gli Dei ad annegare il Genere umano eccetto alcuni eletti che si salvarono utilizzando un enorme imbarcazione.
- In America, il popolo Hopi credeva che le persone disobbedirono molte volte al loro creatore Sotuknang. Egli distrusse il mondo la prima volta col fuoco, poi col gelo, e lo ricreò entrambe le volte per le persone che ancora seguivano le sue leggi, che sopravvissero nascondendosi sottoterra. Quando le persone divennero corrotte e bellicose per la terza volta. Sotuknang li portò dalla Donna Ragno, ed ella tagliò canne giganti e riparò le persone nelle cavità dei gambi. Sotuknang quindi causò una grande inondazione, e le persone galleggiarono sulle acque nelle loro canne. Le canne quindi si posarono su di una piccolo pezzo di terra, e le persone emersero, con tanto cibo quanto ne avevano all'inizio. Le persone viaggiarono con le loro canoe, guidati dalla loro saggezza interiore (che si dice derivò da Sotuknang). Viaggiarono verso nord-est, passando per isole sempre più grandi, fino a che non raggiunsero il Quarto Mondo. Quando raggiunsero il Quarto Mondo, le isole si inabissarono nell'oceano.
Oltre a quelle elencate ci sono altre decine di leggende altrettanto incredibilmente identiche a quella di Noè... 
Non viene il sospetto che l'evento Diluvio Universale sia realmente accaduto?
La Glaciazione di Wurm ha avuto inizio 110000 anni fa ed è terminato circa 10000 anni fa. Questo Gelo cadde sulla Terra senza alcun motivo evidente. Gli scienziati, ad oggi, non sanno di preciso cosa dia inizio ai così detti 'periodi glaciali'.
Nella descrizione del Diluvio, sia quello biblico che quello delle altre culture, la violenza e repentinità dell'inondazione furono la causa della morte della maggior parte degli esseri viventi. Si può dedurre che lo scioglimento dei ghiacci che avvinghiavano l'emisfero boreale 10000 anni fa si siano sciolti in breve tempo a causa di un evento apocalittico che innalzò le temperature di molti gradi nel circolo polare artico. 
Miliardi di miliardi di metri cubi di acqua si riversarono negli oceani creando Onde anomale immense che fecero il giro del mondo spazzando via qualsiasi cosa. 
Qui a fianco potete osservare le terre emerse in Europa 10000 anni fa: Notate il Mar Nero, zona dove si svolgano gli eventi biblici legati al Diluvio,... al suo posto si estendeva un immensa vallata.
L'uomo durante l'ultima Glaciazione potrebbe non essere stato una bestia molto intelligente, ma scarsamente evoluta tecnologicamente. L'Uomo antidiluviano possedeva tecnologie e strutture sociali avanzatissime ed aveva eretto imperi nelle fasce tropicali ed equatoriali del pianeta dove il clima rendeva prospera e fertile Terra.  In Egitto, in Indonesia, in India ed in America Centrale (e forse anche in qualche continente, adesso, sommerso) grandi nazioni vivevano un epoca d'oro.
Molte di queste civiltà dell'epoca avevano fondato città immense dove adesso ci sono mari ed oceani. La civiltà della Valle dell'Indo è un esempio lampante. Con il diluvio il genere umano perse tutta la tecnologia e le conoscenze accumulate fino a quel momento, per vivere, nei seguenti millenni, un oscuro e lunghissimo neolitico. 
Ma cosa causò lo scioglimento improvviso dello spessissimo ghiaccio?
Un modo di interpretare l'accaduto è quello di valutare seriamente tutti i racconti che ci sono stati fatti pervenire dal passato remoto. 
Tutte le culture associano il Diluvio Universale ad una Punizione di una Divinità non compiaciuta dal comportamento non ortodosso degli umani.... e se questa fosse la verità?
Poniamo che i nostri Dei, dopo la nostra creazione, dopo gli anni impiegati a rendere abitabile il pianeta, dopo che pazientemente ci posero le basi per un nostro sviluppo tecnologico, non riconoscessero in noi il giusto rispetto. 
Le creature umane furono punite eccetto alcuni prescelti. 
Perché?
Nel libro di Enoch si narra che Noè non fosse Umano bensì frutto di un ibridazione tra un Angelo ed un Umana. Noè, insieme a coloro che furono messi in salvo sulle 'Arche' o 'Astronavi' doveva essere il primo umano di una nuova generazione. Una volta messi in salvo i loro pupilli, i nostri Dei fecero brillare alcuni ordigni di rara potenza intorno al circolo polare artico fin tanto da provocare lo scioglimento improvviso dei ghiacci e l'inizio del Diluvio Universale.   
Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
24 luglio 2014 4 24 /07 /luglio /2014 21:13

Le campane tibetane,sono antichi strumenti usati per la meditazione, possono essere manipolate per produrre goccioline che levitano, rimbalzano e saltano sull’acqua. Quando si aggiunge acqua a una campana tibetana e la si suona spesso seguendo il bordo con un maglio il suono ammaliante della campana è accompagnato da increspature sulla superficie dell’acqua.

Questo perché il maglio spinge sul lato della campana fatta di una lega di bronzo che è più malleabile del vetro e lo deforma su una scala microscopica.
La deformazione spinge su aria e acqua, formando onde. Le onde d’aria costituiscono suono; le onde d’acqua corrono
intorno all’anello. Se esse sono sufficientemente eccitate, le onde si rompono ed eiettano goccioline. La stessa cosa
accade in un bicchiere di vino, sebbene a frequenze di risonanza superiori. Denis Terwagne dell’Università di Liège in Belgio riferisce che lo studio è cominciato quando un “guaritore del suono” in Florida fece notare il fenomeno delle gocce e inviò una campana al co-autore John Bush, matematico del Massachussetts Institute of Technology. Invece di un maglio, essi usarono un altoparlante per eccitare il recipiente a particolari frequenze.
Con una videocamera ad alta velocità, i ricercatori hanno registrato l’eiezione e il comportamento delle gocce. Mandato a rallentatore, il video mostra la levitazione sulla superficie e il bordo. Più è alta la frequenza della musica, più piccole sono le gocce prodotte.
Octavio Inacio, ricercatore di acustica delle campane tibetane presso l’Istituto Politecnico di Porto (Portogallo) sostiene che sarebbe possibile separare i liquidi o le miscele di materiali usando le vibrazioni del contenitore.

Uno studio dei ricercatori Denis Terwagne e John W.M. Bush

"La ciotola cantante tibetana è un tipo campana utilizzata nelle cerimonie religiose proveniente dai culti del fuoco himalayani già dal 5° secolo aC, da allora sono state usate per i viaggi sciamanici, gli esorcismi, la meditazione ed il riequilibrio. La ciotola si suona colpendo o strofinando l'orlo con un mazzuolo di legno oppure rivestito in pelle. I lati e bordo della tazza vibrano producendo un suono ricco. Quando la ciotola è riempita d'acqua, questa eccitazione puo causare l'increspatura della superficie dell'acqua che può essere seguita da schemi d'onda di superficie più complessi e infine dalla creazione di goccie. Qui dimostriamo i modi grazie ai quali la ciotola Tibetana può far levitare le goccioline. Questo è un articolo di esempio che illustra l'uso dei video nella fluidodinamica".

 

 

 

Utilizzo nelle cerimonie rituali

La dinamica dei fluidi può offrire approfondimenti nella meccanica quantistica?

Facendo vibrare un contenitore di olio siliconico si formano le cosiddette onde di Faraday sulla superficie del fluido. Esperimenti recenti in cui gocce di liquido riproducono il comportamento delle particelle subatomiche hanno richiesto che l'intensità della vibrazione rimanesse appena sotto il limite dell'onda di Faraday.

onene

"Esperimenti in cui gocce di fluido mimano lo strano comportamento delle particelle subatomiche richiamano una interpretazione abbandonata della meccanica quantistica".

Nei primi decenni del 20° secolo, i fisici dibattevano animatamente per dare un senso allo strano fenomeno della meccanica quantistica, come la tendenza delle particelle atomiche a comportarsi sia come particelle che come onde. Una prima teoria, chiamata teoria onda-pilota, propose che le particelle in movimento nascessero lungo qualche tipo di onda quantistica, come tronchi sulla marea. Questa teoria infine lasciò la strada alla cosiddetta interpretazione di Copenhagen, che esclude l'onda portante e con essa la nozione intuitiva che una particella in movimento segua un definito percorso attraverso lo spazio. Recentemente, Yves Couder, fisico all'Université Paris Diderot, ha condotto una serie di esperimenti in cui delle gocce di fluido in scala millimetrica, rimbalzano su un bagno di liquido in vibrazione e sono guidate dalle onde che loro stesse producono. Per molti aspetti, le gocce si comportano come le particelle quantistiche e in un recente commento in Proceedings of the National Academy of Sciences, John Bush, un matematico al MIT che si è specializzato in dinamica dei fluidi, suggerisce che gli esperimenti come quelli di Couder facciano luce su alcune peculiarità della meccanica quantistica.

La dualità onda-particella è meglio illustrata da un esperimento canonico in meccanica quantistica che viene chiamato in genere l'esperimento delle due fessure o del doppio-foro. Come descritto dal fisico Richard Feynman nel '39, "Ogni altra situazione in meccanica quantistica, risulta, può sempre essere spiegato dicendo, "Ricordi il caso dell'esperimento con i due fori? E' la stessa cosa." Supponiamo di avere un contenitore pieno d'acqua e in mezzo troviamo una barriera con due aperture. Ad un estremo del contenitore c'è una sbarra vibrante e all'altro estremo un sensore di pressione. La vibrazione della sbarra invia onde lungo la superfice dell'acqua e quando queste passano attraverso le aperture nella barriera, si formano due nuove onde nel lato opposto.

Lungo la via verso il sensore di pressione, queste onde corrono una sull'altra. Dove una cresta d'onda incontra l'altra cresta, si combinano per produrre una cresta più grande. Quando però una cresta incontra un avvallamento, questi si annullano. Il sensore di pressione quindi registra uno "schema di interferenza", striscie di varia dimensione che rappresentano creste forti, con divari fra esse, dove le onde si sono annullate a vicenda. Quindi cosa avviene quando invii della luce ad un rilevatore, attraverso una barriera con due fori in essa? Ancora, ottieni uno schema di interferenza: la luce sembra comportarsi come un'onda. Però la luce arriva anche in particelle o fotoni, che possono essere sparati ad un rilevatore uno alla volta. Cosa avviene allora? Appena i primi fotoni colpiscono il rilevatore, lasciano una diffusione di punti apparentemente casuale, come i fori di pallottola lasciati su un obiettivo da un tiratore mediocre. Però nel tempo, i punti formano uno schema, lo stesso schema di interferenza prodotto da un raggio di luce. Com'è possibile, dato che i fotoni sono stati sparati uno alla volta?

Storie diverse

La teoria dell'onda-pilota propone che i fotoni corrano sulla schiena di un qualche tipo di onde misteriose, che interagiscono fra loro, indipendentemente dal numero di fotoni che passano attraverso i fori. Questa interazione è ciò che guida i fotoni ai rilevatori. Quando il fisico Australiano Erwin Schrödinger propose la sua famosa equazione d'onda, che rimane l'equazione fondamentale della fisica quantistica, stava in realtà descrivendo l'onda pilota. L'interpretazione di Copenhagen considera questa equazione come fosse la descrizione della probabilità che il fotone venga trovato in un dato punto. Inoltre, finchè il fotone non colpisce il rilevatore, si trova in una sorta di limbo metafisico, senza una definita locazione. Passando attraverso i fori, può quindi interferire con sè stesso, spiegando così lo schema di interferenza. Nel formulare la sua equazione d'onda, Schrödinger fu ispirato dalle teorie di Louis de Broglie, che diede origine alla teoria onda-pilota e il cui lavoro sulla dualità onda-particella gli valse il Premio Nobel in Fisica nel 1929. La teoria dell'onda-pilota venne ripresa negli anni '50 dal fisico David Bohm e ha ancora alcuni sostenitori, ma per gran parte ha perso attenzione.

Scala di Couder e altri fenomeni quantistici

Nel sistema di Couder che Bush pianifica di esplorare ulteriormente al MIT un contenitore pieno di fluido viene messo su una superficie vibrante. L'intensità delle vibrazioni viene tenuta appena sotto il limite in cui causerebbe delle onde le cosiddette onde di Faraday sulla superficie del fluido. Quando una goccia dello stesso fluido viene messa sulla superficie, un cuscino d'aria tra la goccia e il fluido evita che essa affondi. La goccia così può rimbalzare sulla superficie. Il rimbalzo causa delle onde e queste onde, a loro volta, spingono la goccia lungo la superficie. Couder e i suoi co-autori chiamano "walkers" queste gocce in movimento. "Uno dei loro primi esperimenti riguardavano l'invio di walkers verso una fessura", dice Bush. "Nel passare attraverso la fessura, sembravano deviate in modo casuale, ma se provi molte volte, emerge uno schema di diffrazione". Ovvero, le goccie colpiscono la parete lontana del contenitore in schemi che riproducono quelli di interferenza delle onde. "Il loro sistema è una versione macroscopica dei classici esperimenti di diffrazione con singolo fotone", dice Bush.

newwormhole

Le gocce di fluido mimano anche altri fenomeni quantistici, dice Bush. Uno di questi è il tunneling quantistico, l'abilità apparente delle particelle subatomiche di poter passare attraverso le barriere. Una goccia che cammina e si avvicina alla barriera, solitamente rimbalzerà da essa, come il disco dell'hockey contro un muro. Però occasionalmente, la goccia otterrà sufficente energia dall'onda per riuscire a saltare oltre la barriera. In un documento pubblicato nello stesso numero di PNAS, soggetto del commento di Bush, il gruppo di Couder riporta la sua più impressionante scoperta. Se il contenitore di fluido vibrante viene anche fatto ruotare, una goccia in movimento si bloccherà in un'orbita determinata dalla sua onda. La nozione che una particella subatomica possiede solo pochi orbitali permessi è chiamata "quantizzazione", il fenomeno che da alla meccanica quantistica il suo nome. Nei primi del 1800, lo scienziato Inglese Thomas Young condusse esperimenti per convincere la comunità scientifica che la luce fosse un'onda. "Col sistema di Couder, ora possiamo esplorare aspetti della dualità onda-particella in un sistema fluido", dice Bush. "Quanto sarebbe stato diverso lo sviluppo della meccanica quantistica se il sistema di Couder fosse stato conosciuto ai suoi padri fondatori?"

Spunti da  tratto da: http://www.invasionealiena.com/

Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
15 luglio 2014 2 15 /07 /luglio /2014 21:40

La propriocezione è la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista.

img-camnit 111226511132.jpg_standalone

Una straodinaria funzione

Grazie a questa funzione del nostro organismo, possiamo percepire il nostro corpo in rapporto al movimento e allo spazio. Provate a chiudere gli occhi: avete consapevolezza di voi stessi, dei vostri organi e muscoli? Anche senza l’utilizzo del senso della vista, la propriocezione interviene nel complesso meccanismo di controllo della postura eretta, della stabilità e posizione degli arti.

Pensate quanto è importante la propriocezione per tutti i nostri gesti quotidiani, da quelli più semplici, come camminare e scendere le scale, a quelli più complicati per chi pratica attività sportive. Senza accorgerci di niente la propriocezione vive sul continuo scambio di informazioni al nostro sistema nervoso e di reazioni agli stimoli, per far sì che in ogni momento abbiamo equilibrio, sicurezza e benessere.

Aree di applicazione

Nel concreto le esercitazioni propriocettive possono essere impiegate nei vari campi delle attività motorie, in particolare nella riabilitazione, prevenzione degli infortuni e allenamento funzionale.
La rieducazione propriocettiva stimola la capacità di avvertire come sono le proprie articolazioni in statica e dinamica, per comprendere dove è intervenuto il trauma e ristabilire i canali informativi interrotti dall’infortunio.

Nelle palestre e centri fitness non dovrebbero mai mancare gli strumenti per eseguire l’allenamento propriocettivo che è indicato per vari scopi: lo sviluppo della capacità di salto e potenza, l’ottimizzazione della coordinazione di base, la prevenzione di distorsioni, tendiniti e overtraining. Per gli sport nelle quali è indispensabile un controllo assoluto del gesto tecnico (come sci, pattinaggio, ginnastica artistica, ecc.) la sensibilità propriocettiva è una caratteristica essenziale.

Allenare la propriocezione è importante per ogni persona o atleta che voglia migliorare le proprie performance fisiche e voglia avere una maggiore consapevolezza del proprio corpo.

 

http://www.invasionealiena.com

Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
11 luglio 2014 5 11 /07 /luglio /2014 22:53

Arriva da una collaborazione tutta padovana, quella fra l’INAF e il Venetian Institute of Molecular Medicine, una famiglia di dispositivi ottici innovativi per applicazioni biomedicali. Si chiamano “Microscopy Smart Optics”, e permettono di ottenere immagini ultra-nitide da sonde poco invasive.

Miglioramento introdotto dall'ottica adattiva su un campo campione, con lato di ~ 100 µm, costituito da sfere plastiche fluorescenti (diametro ~ 1 µm)

E dove, se non nella città dove Galileo trascorse “li diciotto anni migliori di tutta la mia età” molando lenti e perfezionando cannocchiali, potevano nascere ottiche rivoluzionarie? Frutto d’una collaborazione gomito a gomito fra medici, biologi e astronomi, hanno enormi potenzialità in campo diagnostico e di ricerca. Le chiamano “smart optics”, ottiche intelligenti. E intelligenti lo sono davvero: grazie alla fusione di due tecnologie innovative, quella delle ottiche adattive e quella degli obiettivi a fibra graded-index, permettono di realizzare obiettivi di appena mezzo millimetro di diametro – uno o due ordini di grandezza più contenuti, dunque, rispetto agli obiettivi basati su ottiche classiche – mantenendo una qualità dell’immagine strepitosa. Veri e propri microscopi in miniatura, dunque. Ottenuti, ed è qui l’aspetto più sorprendente, grazie all’esperienza acquisita dagli astronomi sui più grandi fra i telescopi.

Un lavoro di ricerca, quello alla base delle Microscopy Smart Optics (MSO) padovane, che più interdisciplinare non si potrebbe. I protagonisti, infatti, sono gli scienziati dell’INAF-Osservatorio Astronomico Padova, i ricercatori del Venetian Institute of Molecular Medicine (VIMM, sempre di Padova) e la società tedesca Grintech. Grazie a un finanziamento destinato ai “Progetti d’eccellenza” della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, hanno messo insieme un team che sviluppa microscopi miniaturizzati.

A che scopo? Gli attuali obiettivi utilizzati nella microscopia applicata alla biologia, basati su ottiche tradizionali, presentano volumi e ingombri spesso proibitivi per l’indagine su campioni difficili da raggiungere. Un caso tipico è quello della microscopia in vivo, per la quale è necessario l’inserimento dell’obiettivo stesso nella zona in esame. La tecnologia MSO, con i suoi obiettivi miniaturizzati ma ad alta qualità d’immagine, permette di superare l’ostacolo, aprendo nuove possibilità d’indagine per la microscopia in vivo (in varie modalità: confocale, a fluorescenza, OCT), per le sonde endoscopiche (sia per applicazioni biologiche che per analisi superficiali di materiali) e nella realizzazione di optical tweezer per applicazioni in sistemi micro e nano strutturati.

Abbiamo chiesto al responsabile INAF del gruppo di ricerca, Favio Bortoletto, dell’Osservatorio astronomico di Padova, d’illustrarci qualche esempio di possibili applicazioni:

«I nostri colleghi del VIMM hanno un settore di studio sui meccanismi che avvengono nell’apparato auditivo, e in particolare nella coclea. Lo fanno su cavie, ed è necessario penetrare all’interno del canale auditivo della cavia. Ma questo, con gli obiettivi tradizionali, è praticamente impossibile. Richiede altre tecniche, per esempio di sezionare. Con i nostri obiettivi, invece, è possibile penetrare direttamente. Restando in ambito medico, le altre applicazioni sono quelle che hanno a che fare con le endoscopie. Perché con queste fibre, che sono delle vere e proprie lenti ottiche, è possibile realizzare sonde flessibili per endoscopia il meno invasive possibile».

Che ruolo gioca l’ottica adattiva – quella utilizzata nei grandi telescopi, come LBT – in questi sistemi?

«Chiariamo una cosa: la parte adattativa sta a valle degli obiettivi a fibra graded-index. Sono due oggetti distinti, dunque. È stato inserito nel cammino ottico del microscopio un sistema ad ottica adattativa perché questi obiettivi a fibra graded-index vanno corretti. Vanno corretti perché hanno problemi d’inserzione ottica: è facilissimo disallinearli, averli fuori fuoco. Ecco il vantaggio dell’ottica adattativa: correggendo tutti quegli effetti derivanti da disallineamenti meccanici o da tagli sbagliati della fibra, consente di ottenere le prestazioni massime da un obiettivo a fibra».

Per quanto riguarda, invece, la tecnologia  che sta a monte della parte adattativa?

 «Diciamo che si tende a utilizzare tutta quella serie di tecnologie sviluppate nell’ambito dei sistemi MEMS/MOEMS (micro-electro-mechanical and micro-opto-electro-mechanical systems), che stanno uscendo oggi nel mercato. Un caso specifico è la stessa fibra graded-index a dimensioni ridotte. Oppure, ci sono i meccanismi per realizzare scansioni a beam, che sono indispensabili, nei microscopi, perché tutti hanno un’unità di scanning. Attualmente è molto costosa, ingombrante, problematica, con distorsioni e perdite di fotoni. Ma ora si può sostituire con dei microspecchi dalle dimensioni di mezzo millimetro di diametro. Costruiti anch’essi con tecnologie MOEMS, e realizzati praticamente a stato solido, incidendo su un substrato di silicio».

E com’è stata l’esperienza con i biologi?

«Penso che per  loro sia stato molto stimolante. Rispetto all’utilizzo classico che fanno degli strumenti, hanno avuto la possibilità di modificarli e ottimizzarli. Un’esperienza nuova, per loro, alla quale non sono abituati».

 

venerdì 25 marzo 2011 @ 16:09
Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento
4 luglio 2014 5 04 /07 /luglio /2014 22:22
tags:

Pianta del complesso di Chichen Itza’

La riscoperta di Chichen Itzá, la perla dello Yucatan, una delle più importanti città Maya ha una data precisa, quella del 1839, quando John Lloyd Stephens viaggiatore ed esploratore statunitense in compagnia dell’amico Frederick Catherwood,  giovane architetto inglese, bravissimo disegnatore e anche lui  gran viaggiatore, giunsero nello Yucatan, affascinati dai resoconti di sporadici viaggitori che si erano avventurati nelle giungle dello Yucatan.
Uno di questi, il conte Jean Frédéric Maximilien de Waldeck, aveva pubblicato a Parigi nel 1838 un libro, Viaggio romantico e archeologico nello Yucatan, che descriveva le bellezze di quel mondo assolutamente sconosciuto agli europei, un pò com’era accaduto con la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, che aveva dissepolto letteralmente, dalla sabbia del tempo, la civiltà dei faraoni.

Edward H.Thompson, l’uomo che esplorò e poi acquistò Chichen Itza’

Stephens e Catherwood viaggiarono per alcuni mesi, visitando tra l’altro Palenque e Uxmal, oltre a Copan, interessandosi a quella che era una civiltà pressochè sconosciuta, scrivendo e disegnando senza posa; i risultati delle loro esplorazioni diventarono due libri che possono essere definiti la Bibbia degli archeologi interessati alle civiltà sud americane, ovvero Incidents of Travel in Central America, Chiapas and Yucatán, pubblicato nel 1841 e Incidents of Travel in Yucatan,che vide la luce nel 1843.
Le fatiche immani, i pericoli, ma anche la grande soddisfazione dei due amici nel portare alla luce quella che consideravano la più grande civiltà del suolo americano prendono forma in due libri ricchi di aneddoti, scritti con uno stile scorrevole, che ebbero subito un lusinghiero successo presso il pubblico.

Thompson esplora il sacro cenote

Chichen itza, (che significa letteralmente “Alla bocca del pozzo degli Itza”, dal nome del popolo che abitava quelle zone, anche se con ogni probabilità non ne furono i fondatori), sorgeva nelle vicinanze di due grossi pozzi d’acqua naturali, chiamati cenotes, merce assolutamente rara in uno Yucatan tutto sommato abbastanza arido, divenne politicamente e socialmente importante attorno al 600 DC.
Il declino di centri come TiKal, l’arrivo del sovrano tolteco Quetzalcoatl (classico nome di una divinità, il serpente piumato) avvenuto poco prima del 1000 DC stabilirono il primato della città sull’intera penisola dello Yucatan; primato che però non durò molto, tant’è vero che la città ben presto vide diminuire il uo prestigio.
Francisco de Montejo, capitano spagnolo al seguito di Cortez, conquistò la città nel 1531, ma ben presto fu costretto ad abbandonarla; su Chichen Itza, dopo la decapitazione della cultura Maya operata dai conquistadores di Cortes, calò il silenzio.

Il cenote

Furono quindi Stephens e Catherwood a far riemrgere dalle oscurità del tempo la città; così come Augustus Le Plongeon, fotografo e archeologo inglese fece riemergere dalla notte dei tempi una poderosa statua di guerriero maya, definita Chacmool, nome che da quel momento presero tutte le sculture con le stesse fattezze.
Nel 1894 il console degli Stati Unit, Edward H. Thompson, acquistò dal governo l’intera zona archeologica, e iniziò ad esplorarla con profitto.
E’ a lui che va ascritta la scoperta della vera funzione dei cenote, del resto raccontata con dovizia di particolari dal sacerdote Diego De Landa, il tristemente famoso autore degli autodafè, i roghi nei quali vennero bruciati i testi sacri dei Maya.
Thompson confermò quanto raccontato da De Landa, in merito ai sacrifici umani rituali che i Maya facevano per propiziarsi gli dei; sul fondo del cenote da lui esplorato c’erano corpi di vittime sacrificali,unitamente a monili d’oro, carcasse di animali, vasellame e incenso.

Due esempi di Chac mool rinvenuti a Chichen Itzà

Tra il 1913 e il 1924 una spedizione americana mappò il sito, con la collaborazione del governo messicano, nonostante la precaria situazione politica dovuta alla rivoluzione di Pancho Villa;nel 1926 lo stesso governo messicano espropriò a Thompson la proprietà del sito archeologico, accusando il console di aver derubato del tesoro Maya trovato nel cenote il polo messicano, salvo poi restituire agli eredi nel 1944 la legittima proprietà del sito stesso (Thompson era morto nel 1935)
Gli eredi  vendettero tutto a Fernando Barbachano Peon, che sfruttò abilmente l’attrattiva archeologica del sito, facendo diventare l’area un importante luogo turistico.
Chichen Itza, che si è conservata splendidamente, nonostante secoli di incudia, presenta una serie di monumenti di assoluto interesse storico e artistico.

Alcune delle splendide illustrazioni di Frederick Catherwood

Il più famoso dei quali è il tempio dedicato a Kukulcan, che sorge esattamente al centro del sito, ed è chiamato dai messicani “Il castillo”; la struttura, una piramide a gradoni tipica dell’architettura precolombiana, sorge su un’area che anticamente era occupata da un altro tempio, come evidenziato dagli scavi del 1930, che portarono alla luce una scala situata sul lato nord della piramide, che portava all’interno del tempio originale.
Nel tempio stesso si rinvenne un chacmol e un prezioso trono a forma di giaguaro con pietre di giada incastonate, a simboleggiare le macchie della pelle del giaguaro. Per permettere l’accesso ai turisti venne scavato un  tunnel dalla base della piramide alla sala centrale, che però è stata chiusa alle visite 4 anni addietro.

La prima edizione di Incidents of Travel in Yucatan

Per capire l’importanza che doveva avere la struttura durante il periodo di massimo fulgore del sito di Chichen Itza, si pensi allo straordinario effetto che genera la visione, durante gli equinozi  di primavera  e d’autunno, del serpente piumato Kukulcan che si staglia lungo la parete nord; uno spettacolo che sicuramente non lasciava indifferenti gli abitanti della città.

John Lloyd Stephens

La struttura si alza per circa 30 metri, poggia su una base di 55 mt  ed è ornata ai lati da raffigurazioni proprio del serpente piumato; costruito dopo il 1000, segue perfettamente il corso di un anno solare, poichè ha 91 gradini per ogni lato, per un totale di 364 che diventano 365 con l’unico gradino che conta il tempio posto alla sommità della piramide. Un esempio della precisione astronomica dei maya.
El castillo non è l’unica struttura piramidale di Chichen Itza; Il tempio dei guerrieri, una struttura piramidale e grandi gradoni, quattro per la precisione, mostra il grado di implementazione a cui erano giunti i Maya assorbendo le concezioni architettoniche dei toltechi. Sulla sommità della struttura c’è un chacmol, che guarda verso il basso, dove fa bella mostra di se l’imponente porticato, sulle cui colonne sono raffigurate come sempre aquile, giaguari guerrieri….

El castillo

All’interno del sito sono state rinvenute le fondamenta di ben sette campi per il gioco della palla; nato probilmente a Paso de la Amada, dove gli archeologi hanno rinvenuto il campo più antico per il gioco stesso, veniva praticato, nella sua variante più importante, con una palla di gomma molto pesante, circa tre chili per un diametro di 20 cm,che veniva colpita con le anche e con le spalle, per essere indirizzata verso degli anelli conficcati nei muri.
A Chichen Itza gli anelli sono sospesi a sei metri dal suolo, il che la dice lunga sulla difficoltà del gioco stesso, che terminava, sopratutto nel periodo della conquista spagnola, con feriti anche gravi e alle volte con il sacrificio rituale della squadra perdente.

Il campo più grande per il gioco della palla

Particolare dell’anello in cui passava la palla di gomma, posto a metri 6 di altezza

Il campo principale di Chichen Itza è lungo 166 metri e largo 68; è di gran lunga il più grande del sud America; sulle basi del campo stesso ci sono raffigurazioni del gioco, con scene allegoriche raffiguranti un giocatore privo della testa dalla quale si diramano sei rivoli di sangue più uno centrale che si trasforma in un albero.
Curioso il tempietto posto a nord del campo stesso, al cui interno c’è un bassorilievo che reca incisa una figura assolutamente inusuale nell’iconografia Maya, ovvero un uomo che sembra in possesso di una barba, da cui la denominazione Tempio dell’uomo barbuto.

Akab Dzib, ovvero La casa delle iscrizioni misteriose

Uno dei complessi più affascinanti è costituito dal quadrilatero di edifici chiamato “Las monjas”, ovvero Le monache, in seguito all’errata convinzione, da parte dei conquistadores, che si trattasse di un edificio religioso.
In realtà il complesso era adibito a funzioni di governatorato, e sul portale c’è una figura umana coperta da un ventaglio di piume; anche in questo caso siamo di fronte ad una eccezione nell’iconografia Maya.
Sicuramente affascinante è il complesso denominato El Caracol , la chiocciola, così chiamato perchè per raggiungere la sommità della costruzione bisogna salire su una scala a forma di chiocciola; l’edificio era un osservatorio, costruito su una larga piattaforma.
Qui i sacerdoti e gli studiosi Maya osservavano il cielo, con strumenti rudimentali, che erò non impedirono loro di arrivare a dividere l’anno solare in 365 giorni esatti, con uno scarto davvero irrilevante che rivaleggia con i moderni strumenti di datazione del tempo.

El Caracol, l’osservatorio Maya

Akab Dzib, ovvero La casa delle iscrizioni misteriose, è un edificio piuttosto piccolo rispetto alle dimensioni degli altri; è chiamato così per la presenza nel rettangolo che compone lo stesso ( 50 mt di lunhezza, 6 di altezza e 15 di larghezza) di iscrizioni petroglifiche, fra le quali si distingue una figura umana.
Qualche chilometro fuori del complesso di Chichen Itza ci sono le grotte Balankanche, esplorate nel 1954, che restituirono alla luce moltissimi manufatti Maya, impreziositi 5 anni dopo dal casuale ritrovamento di una parete finta dietro le quali c’era un vasto complesso di gallerie, anche queste ricche di manufatti.

Las monjas

Il tempio dei guerrieri

Su decisione del governo messicano vennero lasciati al loro posto, dopo essere stati inventariati.
Oggi Chichen Itza è una delle mete più visitate dai turisti, che restano incantati davanti alla monumentale opera degli architetti Maya, attraverso la visione di uno dei complessi cittadini meglio arrivati ai nostri giorni; una viita in Messico non può prescindere dalla visita di una città che sembra magicamente sospesa tra un passato lontano e un futuro che la vede ergersi orgogliosamente sfidando i secoli.

Lo Yucatan

Repost 0
Published by il conte rovescio - in documenti importanti
scrivi un commento

 FORUM

Cerca

VIDEO IN EVIDENZA

http://www.loguardoconte.info/video/esperimenti-umani-condotti-da-alieni-154833/

Testo Libero

statistiche accessi

IL CONTE E IL DUCA

 

      thumbnail

 http://i.imgur.com/53qQJ.jpg