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28 gennaio 2013 1 28 /01 /gennaio /2013 22:07

"Colui che cambia una persona, cambia il mondo intero".

La riscoperta di questa storia, inerente a fatti avvenuti molti anni prima, iniziò nel 1999, quando il professore di storia Norman Conard della Uniontown High School diede un articolo a firma di Richard Z. Chesnoff dell'United States News and World Report del 13 marzo 1994, intitolato «Gli altri Schindler», a quattro studentesse quindicenni nell'ambito di una ricerca per il National History Day: questa ricerca cambiò per sempre la vita delle studentesse di questa cittadina nelle sperdute praterie del Mid-West americano e protestante. Liz Cambers, Megan Stewart, Sabrina Coons e Jessica Shelton (che si unì alle prime tre solo dopo alcune settimane) ricevettero per la loro ricerca di storia un trafiletto che menzionava "Irena Sendler salvò 2500 bambini dal Ghetto di Varsavia". A loro pareva esagerato ed iniziarono le ricerche.
Una donna che risultò fondamentale per la salvezza di moltissime vite ebree all’epoca del nazismo, con il suo aiuto è stato possibile creare un miracolo. Il suo nome è Irena Sendler e viene troppo spesso dimenticato o addirittura ignorato, quando la sua eroica, caritatevole opera dovrebbe essere riportata su tutti i libri di storia e raccontata ai nostri figli, elevandola a esempio di una nobile moralità. Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1942, Irena, che faceva parte di un movimento clandestino non comunista denominato “Zegota”, entrò nella resistenza polacca con l’incarico di salvare quanti bambini ebrei le fosse possibile. In qualità di dipendente dei servizi sociali della municipalità, ottenne un permesso speciale per entrare nel Ghetto di Varsavia alla ricerca di eventuali sintomi di tifo, potendo così organizzare la fuga dei bimbi. Il suo nome di battaglia era "Jolanta". Il nome di Irena Sendler era menzionato dal 1965 nell'elenco del museo Yad Vashem tra i «Giusti tra le Nazioni». Nel 1983 un albero venne piantato nel giardino dello stesso museo in Israele, a nome della stessa Irena Sendler. Non esisteva altra menzione su questa donna. Le studentesse iniziarono a scoprire la storia di una persona straordinaria. La ventinovenne Irena Sendler era un'assistente sociale a Varsavia quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Ancora prima della costruzione del Ghetto di Varsavia (1940) iniziò a fornire documenti falsi ed a recrutare famiglie ed istituti per ospitare in incognito bambini ebrei: a lei erano chiare già da allora le conseguenze delle politiche razziali della Germania di Hitler.

Molti di loro vennero trasportati con ambulanze o veicoli di vario genere. In altre circostanze invece, la donna riuscì a spacciarsi per un tecnico di condutture idrauliche e fognature guadagnandosi l’accesso a bordo di un furgone, nel quale nascondeva i neonati, sistemandoli sul fondo di una cassa per attrezzi o i bambini più grandi all’interno di sacchi di juta. Nel retro del veicolo teneva poi, un cane addestrato ad abbaiare all’avvicinarsi dei soldati nazisti, il cui latrato era inoltre utile a coprire il pianto. Una volta scampata, la Sendler forniva ai bambini falsi documenti e li conduceva in campagna, dove li affidava a famiglie cristiane o a conventi cattolici, come quello delle Piccole Ancelle dell'Immacolata a Turkowice. I restanti, vennero direttamente lasciati alle cure e alla benevolenza di preti cattolici che li nascondevano nelle case canoniche. Irena riuscì a salvare, in questo modo, 2.500 piccole vite.Il 20 ottobre 1943 Irena Sendler venne arrestata. La portata dei suoi «crimini» venne scoperta soltanto in parte dai suoi aguzzini. Lei non nominò i suoi collaboratori e non rivelò mai il nascondiglio delle liste dei bambini nonostante la sua abitazione fosse stata perquisita a fondo, dedita al sacrificio e all’altruismo, con un cuore immenso,  non bastò a farle confessare una sola notizia. Conservò infatti, un registro dei nomi di tutti i ragazzi portati fuori dai confini, in barattoli di marmellata sepolti sotto un albero di mele nel suo cortile. Neanche la tortura le fece cambiare opinione: le vennero fratturate le gambe. Irena Sendler rimase per il resto della sua vita claudicante e bisognosa dell'aiuto del bastone per camminare. Le liste dei bambini nascoste nei vasetti interrati rimasero sicure. Infine venne condannata a morte. L'organizzazione ZEGOTA - a sua insaputa - corruppe con soldi l'ufficiale che doveva ucciderla e che la aiutò a fuggire. Lei stessa visse fino alla fine della guerra in clandestinità e lesse la notizia della sua morte nei volantini affissi a Varsavia. La vita della maggior parte dei genitori finì a Treblinka. Dei 450.000 ebrei rinchiusi nel Ghetto soltanto circa 1.000 sopravvissero all'Olocausto. I pochi genitori rimasti furono riuniti con i loro bambini dopo la guerra utilizzando le liste nascoste nei vasetti di marmellata.
  

  Terminata la guerra, cercò di rintracciare tutti i genitori che potessero essere sopravvissuti per riunire le famiglie. Suo malgrado però, scoprì che la maggior parte aveva perso la vita nelle camere a gas. Lei, imperterrita, continuò a prendersi cura delle sue creature, sistemandole in case famiglia o dandole in adozione. La sua lista, due volte più lunga di quella di Oskar Schindler, è custodita allo Yad Vaschem, il memoriale dell’Olocausto in Israele che, nel 1965, l’aveva insignita della medaglia dei giusti.

Nel 2007, fu proposta per il Premio Nobel per la Pace, ma mai nominata e nel maggio 2008, all’età di 98 anni, venne a mancare. Una degna longevità per un angelo in carne e ossa, che aveva dedicato e rischiato la propria vita per la cura degli altri. “Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra e non un titolo di gloria”, aveva scritto in una lettera inviata al Parlamento polacco. E proprio in onore di queste parole, segno di una bontà e di un’umiltà difficilmente pareggiabili, noi oggi siamo qui a ringraziarla nel giorno più appropriato.

Le ragazzine americane scrissero per il loro progetto di storia un testo teatrale chiamato La vita in un vasetto (Life in a Jar), in cui la figura di Irena Sendler aveva la parte principale. Incoraggiate dal loro maestro di storia ad approfondire ancora di più il loro lavoro, Megan, Liz, Sabrina e Jessica scoprirono con gioia nel 2000 che Irena Sender era ancora viva e che viveva in un ospizio a Varsavia. Irena fu osteggiata nel dopoguerra dal comunismo polacco come collaboratrice di ebrei e chiamata «fascista». Lei stessa non rese pubblica la sua storia.Dopo un anno di contatti epistolari, finalmente nel 2001 le studentesse visitarono Irena Sendler a Varsavia. Lei stessa raccontò ulteriori particolari della sua vita e contribuì a fare conoscere alcuni dei bambini salvati - ormai adulti ed uniti in un'organizzazione. Da quel momento la storia di Irena Sendler divenne nota al mondo intero: la CNN e la AP fornirono reportages e notizie. Irena ricevette, oltre ad altre nomine e premi, anche l'Aquila Bianca, la maggiore onorificenza della Polonia. Giovanni Paolo II le scrisse una lettera di ringraziamento personale. Lei stessa si diceva onorata di ricevere tutti questi attestati di stima che prontamente divideva con tutte quelle persone che ne avevano uguale diritto ma che non erano sopravvissute. Alla domanda se si sentiva un'eroina, rispondeva invariabilmente che si rammaricava ogni giorno per tutti coloro che non riuscì a salvare.

 The Irena Sendler Project,  da oltre 10 anni porta in giro per States e Europa lo spettacolo “Life in a Jar” (La vita in un barattolo). Ha eventi in programma fino al 2015 e Megan Stewart Felt, una delle 3 ragazze che fecero la ricerca, ha ancora la parte di Irena. Da allora Irena ha ispirato vari libri, due film (uno è “The corageous heart of Irena Sendler” del 2009, protagonista Anna Paquin).

 

 

 

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